Di cosa parliamo quando parliamo di “Rivoluzione verde e transizione ecologica”

L’Iter e i numeri del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza

Il 26 aprile scorso è stato approvato alle camere il Piano per la ripresa e la resilienza (PNRR) nella nuova versione da trasmettere a Bruxelles, dove è giunto appena in tempo, la sera del 30 aprile, per poter ottenere un prefinanziamento di circa 25 mld (il 13% del totale).

Questo sarà disponibile già a partire da luglio, se i piani inviati per tempo saranno  approvati presumibilmente nell’Ecofin programmato il 18 giugno. Il dispositivo che istituisce il Recovery and Resilience Facility (RRF) – il Regolamento (UE) 2021/241 del 12 febbraio 2021 – stabilisce gli obiettivi, le forme di finanziamento dell’Unione e le regole di erogazione.

In particolare, i fondi saranno resi disponibili a stato d’avanzamento lavori, in base a verificabili risultati qualitativi e quantitativi rispetto agli obiettivi da perseguire. Dovranno essere impegnati in progetti operativi entro il 2023 e il pagamento dei contributi finanziari potrà essere sospesi se gli obiettivi di transizione verde e crescita economica saranno disattesi.

Le sei grandi aree di intervento individuate nel PNRR, riportate anche nella tabella qui sotto, sono:

  1. Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura
  2. Rivoluzione verde e transizione ecologica
  3. Infrastrutture per una mobilità sostenibile
  4. Istruzione e ricerca
  5. Inclusione e coesione
  6. Salute

Come si coglie dai numeri, dei 235,14 miliardi complessivi del Piano italiano (comprensivo di una dotazione nazionale complementare di 30,64 mld e di 13 mld del programma React-Eu ), la missione della “Rivoluzione verde e transizione ecologica” è quella su cui si concentra il maggior ammontare di risorse: ben 69,96 mld pari al 29,4% del totale; insieme al capitolo “Infrastrutture per una mobilità sostenibile” (a sua volta pari a 31,46 mld), rappresenta il 42,8% delle risorse complessive; una quota certamente superiore al 37% minimo previsto da regolamento per il sostegno di obiettivi climatici e ambientali, ma inferiore a quanto vi ha destinato la Francia (il 50% del Piano) e assai meno della Germania, che ad essi ha allocato la quasi totalità dei fondi programmati.

Questi fondi per la “rivoluzione verde” sono tanti o pochi?

Per giudicare se tali stanziamenti siano sufficienti a garantire un futuro ecologicamente sostenibile alle generazioni presenti e future, bisogna anzitutto considerare la distanza da colmare rispetto al conseguimento degli obiettivi a lungo termine fissati dall’UE, relativamente alla decarbonizzazione prevista dall’accordo di Parigi del 2015 e ai traguardi che l’Unione Europea si è data per il 2030 in materia di energia e di clima (stabiliti nell’articolo 2, punto 11, del regolamento (UE) 2018/1999).

Inoltre, bisogna valutare la qualità, l’ampiezza e l’efficacia degli investimenti previsti per darvi attuazione. 

Con riferimento alla prima considerazione, vale la pena ricordare le evidenze dell’ultimo report di un istituto di ricerca indipendente – Germanwatch – che da 16 anni produce il Global Climate Risk Index: secondo l’ultimo rapporto, l’Italia risulta sesta, in una classifica di 180 Paesi al mondo (dove i primi sono i più rischiosi), per numerosità di eventi estremi legati al clima, sperimentati tra il 2000 e il 2019; la Francia è quarta e la Germania è decima in questa preoccupante classifica.

In termini di perdite valutate in miliardi di dollari, per riparare e indennizzare le conseguenze di tali eventi, l’Italia risulta dodicesima, sempre su 180 Paesi al mondo, la Francia quattordicesima, mentre la Germania è addirittura quinta. 

Da questa prospettiva, si comprende perché Ursula Von Der Leyen – la Presidente della Commissione Europea – abbia spinto per l’approvazione di uno “European Green Deal” che prescrive l’ambizioso raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050 e la riduzione del 55%, entro il 2030, delle emissioni di gas a effetto serra (rispetto allo scenario del 1990). 

Si tratta di obiettivi ambiziosi e ben lontani dalla situazione attuale. 

Resta da verificare quanto le allocazioni dei fondi del Piano siano all’altezza di una tale sfida.

A pagina 117 del PNRR Italia si leggono parole che lasciano intravedere una consapevolezza istituzionale circa la fragilità idrogreologica e l’unicità della biodiversità, del patrimonio storico e paesaggistico dell’Italia, da preservare.

Tuttavia, tali premesse, non trovano adeguata corrispondenza negli stanziamenti per affrontare l’emergenza climatica con la dovuta urgenza, a giudicare dalla ripartizione dei fondi destinati alla missione “rivoluzione verde e transizione ecologica”, suddivisa in quattro componenti, le cui denominazioni – alla luce di un’analisi di dettaglio – risultano forse un po’ altisonanti, per non dire ingannevoli.

In particolare, da una disamina non esaustiva si nota che:

  • Non si quantificano finanziamenti a favore della Strategia Nazionale per l’Economia Circolare; si registrano solo 600 milioni per progetti “Faro”;
  • Non v’è traccia di interventi di politica industriale per la riconversione degli allevamenti intensivi, responsabili dei due terzi della produzione di gas serra nel comparto agro-alimentare;
  • Non sono dettagliati gli stanziamenti a favore del Programma nazionale per la gestione dei rifiuti, se non in minima parte. Alla realizzazione di nuovi impianti di gestione rifiuti e ammodernamento di impianti esistenti vanno solo 1,5 mld, una cifra insufficiente anche solo per provvedere alle necessità della Capitale, la cui situazione è motivo di multe quotidiane che l’Europa ci commina. 
  • Ad eccezione di alcuni passaggi apprezzabili – relativi alle smart grid in 19 piccole isole, che faranno da “laboratorio” per lo sviluppo di modelli “100 per cento green” e auto-sufficienti, alle 30 “green communities” e al solare agri-voltaico, il Piano presentato dal Presidente Mario Draghi non fa intravedere una decisa strategia per la transizione energetica. Si prevede infatti che l’aumento della capacità fotovoltaica installata passi solamente da 21 a 52 GW, su un totale di capacità fotovoltaica installata a livello europeo, prevista entro il 2030, di 442 GW, non in linea con gli obiettivi europei.
  • Per la realizzazione di percorsi ciclabili urbani, dai quali si otterrebbe un sicuro miglioramento della qualità dell’aria nelle città, si prevedono circa 570 km aggiuntivi, meno della metà dei percorsi ciclabili turistici (oltre 1.200 km). 
  • Sempre in tema di investimenti in mobilità sostenibile, la misura “trasporto rapido di massa” prevede solo 11 chilometri aggiuntivi di metropolitane, che si aggiungono a 85 km di tram, 120 km di filovie e 15 km di funivie, per un totale di 231 chilometri; per avere un termine di paragone, Londra ha un’estensione della rete metropolitana di 402 chilometri.
  • L’intervento sull’efficientamento energetico degli edifici, ridottosi a 15,22 mld, dai 30,72 mld riportati nel Piano del Conte-2, risulta dimezzato. In particolare l’efficientamento energetico degli edifici pubblici scolastici e giudiziari è passato da 11,31 miliardi nella versione del 12 gennaio a 1,21 miliardi, nella versione di Draghi, con un conseguente minor intervento su circa 200.000 edifici, il che si traduce in un conseguente assai inferiore impatto, non solo sul piano occupazionale, ma sui risparmi in bolletta e sul calo delle emissioni.
  • Si punta sulla ricerca, sulla promozione della produzione e distribuzione dell’idrogeno, ma non solo di quello verde, (l’unico che non deriva da fonti fossili); il timore è che prevalga quello grigio o blu, contravvenendo così alle regole che Bruxelles si è data.
  • Se l’inquinamento atmosferico – secondo stime ISDE – è causa di circa 90 mila decessi l’anno, alla salvaguardia della qualità dell’aria sono destinati solo 330 milioni nel quinquennio per riforestazione urbana ed extra-urbana, oltre a 360 milioni per la “rinaturazione” dell’area del Po.
  • Dei 24,77 miliardi di investimenti sulla rete ferroviaria, previsti dalla missione 3, solo 940 milioni sono destinati alla riqualificazione delle linee regionali, quelle che potrebbero abbassare il ricorso al trasporto su gomma dei pendolari con evidenti impatti positivi sulla qualità della vita dei cittadini e dell’aria delle aree metropolitane. Per converso, si punta prevalentemente sull’alta velocità (13,21 mld).
  • Il Piano consente di installare 21.255 punti di ricarica pubblici veloci e ultraveloci per l’elettrificazione della mobilità su gomma, contro i 3,4 milioni che il Piano stesso reputa necessari per il raggiungimento dei target  al 2030.
  • Infine, nel Piano si parla di “limitare” il consumo di suolo edificabile, non di azzerarlo. E’ un segnale preoccupante per un Paese ad elevato rischio di dissesto sismico e idrogeologico dove – a fronte di un calo demografico – si registra una progressione dell’impermeabilizzazione del terreno al ritmo di 2 metri quadri al secondo (secondo i dati ISPRA del rapporto 2020).

Per concludere, nonostante il PNRR contenga molte misure orientate nella giusta direzione, non può certo dispiegare quella “rivoluzione verde” annunciata a parole. 

A fine aprile, la Corte Costituzionale Suprema tedesca, ha emesso una storica sentenza in cui il Governo è risultato soccombente rispetto al ricorso intentato da giovani attivisti ambientalisti, assieme ai Fridays for future, a Greenpeace e ad altre ONG.

Il tribunale supremo ha emesso un verdetto che impone di aumentare l’ambizione climatica delle politiche pubbliche di Berlino, “per difendere i diritti fondamentali delle giovani generazioni”.

Se questa sentenza dovesse fare scuola, la Commissione potrebbe giudicare il Piano italiano non all’altezza del conseguimento della transizione verde e degli obiettivi climatici dell’Unione, sospendendo conseguentemente le erogazioni di fondi.

A inizio giugno, proprio di colpevole inazione e di violazione intergenerazionale dei diritti umani hanno accusato lo Stato Italiano – oltre 200 soggetti ricorrenti – citandolo in giudizio per inadempienza climatica.

 

Antonella Trocino, PNC Italia.

 

 

Immagine in copertina: Autovetture ogni mille abitanti (2019), estensione della rete ferroviaria nel 2018 (km di ferrovie ogni 100 mila abitanti)

Fonte: PNRR, Eurostat

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