L’Europa fra Sovranità e sovranismi.

DiEM25 Italia
ven 03, 2019, Articoli
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Angelo Consoli

Il dibattito sull’Europa negli ultimi anni si è avvitato in una sterile contrapposizione fra Europeisti e anti europeisti sovranisti.

Da un lato abbiamo i difensori dell’establishment europeo  che sono responsabili dal 2003 in poi (la data coincide con il referendum francese che bocciò la Costituzione Europea), della deriva Europea da grande spazio transnazionale di libertà e opportunità per tutti i cittadini, in cane da guardia della stabilità finanziaria per le lobby fossili e economiche dominanti. Un ruolo che ha generato un diffuso risentimento anti europeo, oggi canalizzato in vari movimenti cosiddetti “sovranisti”, ma che nulla hanno a che fare con il concetto di Sovranità sancito dai trattati europei e da molte Costituzioni fra cui quella Italiana. E’ venuto dunque il momento di fare chiarezza e spazzare il campo da false interpretazioni ed usurpazioni semantiche che hanno caratterizzato il dibattito sull’Europa negli ultimi anni, generando una gran confusione concettuale e ideologica che copre come una fitta coltre di nebbia le reali responsabilità della crisi europea e mondiale. Crisi che in realtà comincia molto lontano, perché è la crisi del modello capitalistico  basato sulla finanza fossile e speculativa.

 

LA CRISI DEFINITIVA DEL MODELLO CAPITALISTA FOSSILE E DELLA LOGICA DEL  PROFITTO ESTREMO.

Non si tratta di una crisi passeggera o contingente ma di una crisi strutturale e definitiva. L’altissima intensità di capitali richiesta per lo sfruttamento delle fonti fossili, con conseguente dispiegamento di forze militari per il controllo delle aree di approvvigionamento, ha creato una élite finanziaria mondiale che domina la scena globale in modo quasi totalmente incontrastato fin da quel 1989 quando cadde il muro di Berlino. Alla altissima intensità finanziaria del modello economico basato sui fossili ha fatto riscontro, come logica conseguenza, una bassissima intensità occupazionale. Se il lavoro lo fa la macchina e non più l’uomo, è logico che nel sistema economico il lavoro dell’uomo perda di importanza mentre ne acquisisca il grande capitale finanziario che permette di installare le macchine. Questo ha determinato una concentrazione di potere in pochissime mani e la prevalenza di logiche economiche ispirate al profitto estremo, in remunerazione del capitale, e non del lavoro dell’uomo, ridotto a variabile puramente finanziaria e dunque spendibile e comprimibile. Ecco perché per esempio, nella valutazione degli indici di salute di un’impresa, l’assunzione di nuova forza lavoro è passata da indice positivo (perché indicativa di uno stato di salute dell’azienda) a indice negativo, perché indicativo di una assunzione di nuovi impegni finanziari periodici in capo all’impresa. Il lavoro visto esclusivamente come “costo” e non più come “valore” per l’economia.

Questa logica del profitto estremo ha portato benefici a poche grandi multinazionali fossili, industriali, chimiche, siderurgiche, a detrimento della quasi totalità del resto dell’umanità, ma così facendo ha praticamente distrutto il presupposto del mercato capitalista, ossia il potere d’acquisto di larghe masse di consumatori salariati accomodati ai margine dei processi produttivi e remunerati con le briciole dei proventi stratosferici del mercato globale.

 

L’AFFERMAZIONE DELL’ULTRALIBERISMO ECONOMICO

Questo modello comincia ad entrare in crisi già negli anni ottanta, con il prevalere dell’ultraliberismo ideologico guidato da Reagan e Thatcher. Il capitalismo poteva anche scegliere una via più umana (ad esempio quella indicata da Adriano Olivetti che diceva che “la fabbrica non può guardare solo all’indice dei profitti ma deve distribuire ricchezza, cultura, servizi, democrazia”) basata sulla valorizzazione del fattore umano rispetto alla remunerazione esclusiva del capitale finanziario.

Intendiamoci, questo non ne avrebbe evitato l’inevitabile collasso finale ma avrebbe certamente rallentato il suo declino.

Invece, prevalse il modello  ispirato alle teorie della scuola di Chicago di Milton Friedman basato fondamentalmente su 4 principi:

1)  Marginalizzazione del fattore umano nei processi produttivi (e decisionali) grazie allo sviluppo delle tecnologie fossili in grado di sostituire il lavoro umano con le macchine, per una economia ad altissima intensità finanziaria e bassissima intensità occupazionale nella quale l’essere umano perde di centralità mentre ne acquista la macchina e il capitale finanziario che ne permette l’acquisto.

2) Sfruttamento incontrollato delle risorse naturali, per minimizzare i costi cosiddetti “esterni” dei processi energetici e industriali, con devastante impatto ambientale sociale e climatico.

3) Trasnazionalità: non ci sono stati capitalisti e stati “socialisti”, non ci sono Paesi virtuosi e paesi “fannulloni”: ci sono solo capitalismo dominante e classi dominate.

4) Controllo “militare” dei mass media per evitare la presa di coscienza collettiva e il dissenso organizzato e l’aspirazione del popolo alla sua sovranità.

 

EVOLUZIONE STORICA DEL CAPITALISMO

Il capitalismo nasce come reazione all’economia feudale sviluppatasi nel Vecchio Continente, in cui la proprietà e lo sfruttamento dei beni erano appannaggio di una casta che decideva l’accesso del resto delle persone a suo esclusivo arbitrio. In seguito alla scoperta del Nuovo Continente, il mito della nuova frontiera e della “Land of opportunities”, contribuiscono a liberare l’uomo dalla mentalità feudale e dal signoraggio. [1]

Ma quello che si presentò inizialmente come una nuova opportunità per l’ingegno umano indipendentemente dal censo, si trasformò rapidamente in una nuova e più pericolosa forma di signoraggio affermatasi grazie a fatti storici ormai unanimemente e pacificamente considerati  veri e propri crimini contro l’umanità quali:

– il genocidio dei nativi americani,

– lo sfruttamento schiavistico per secoli di centinaia di milioni di cittadini africani,

– il saccheggio coloniale delle risorse naturali dei paesi africani e del terzo mondo che è arrivato al genocidio (vedi Congo e Ruanda), ed è ancora massicciamente praticato anche dai cinesi nel nuovo formato del “land grabbing.

-la sistematica eliminazione fisica dei leader africani (ma anche non africani) che rivendicavano il protagonismo dell’Africa nello sfruttamento delle loro risorse, da Patrice Lumumba in Congo a Thomas Sankara in Burkina Faso, da Ken Saro Wiva in Nigeria a Gheddafi in Nord Africa. Questi fatti storici, vanno peraltro attentamente considerati nella valutazione dell’attuale situazione migratoria, perché è ad essi che si deve far risalire la situazione di miseria che ha messo in ginocchio le economie africane da cui fuggono i cosiddetti migranti “economici”, la cui sofferenza va considerata responsabilità storica delle economie occidentali al pari di quella dovuta a guerre e conflitti, nonché al cambiamento climatico.

Va precisato che il crepuscolo del modello economico centralizzato e verticistico del capitalismo fossile neoliberista non ha coinciso con l’ascesa del concorrente (o almeno apparentemente concorrente) del socialismo reale che anzi si è suicidato in una implosione incontenibile e non è riuscito a capitalizzare la crisi dell’altro estremo del mondo bipolare post bellico. La crisi del socialismo reale in realtà potrebbe essere vista come l’altra faccia di quella del capitalismo neoliberista: entrambi i modelli economici hanno messo il profitto ottenuto a discapito dell’ambiente e del benessere dei cittadini al centro e nei paesi di economia pianificata, i mali del neoliberismo si sono manifestati in modo spesso anche più virulento che nei paesi occidentali. Basti pensare alla tragedia di Chernobil o all’ascesa irresistibile di nuove oligarchie altrettanto fossili di quelle precedenti quali quelle di Putin in Russia. La tanto decantata Terza Via che a un certo punto ha tentato di dare una risposta alla crisi di entrambi gli estremi del bipolarismo post bellico in realtà si è risolta in una bolla di sapone incolore e inodore, e ha distrutto nel ridicolo e nell’infamia personaggi che hanno milioni di morti sulla coscienza come Bill Clinton, Tony Blair e tutta la genìa di leaderucci europei venduti alla logica del capitalismo fossile finanziario, da Mitterand a Schroeder, a Felipe Gonzales, a Massimo D’Alema. In questo senso si può dire che la fine del bipolarismo e la crisi contemporanea e reciproca di Capitalismo fossile e Socialismo reale abbiano favorito l’emergere di un mondo monopolare dominato dalle multinazionali occidentali, russe cinesi e arabe, a discapito dei propri cittadini, favorite dalle strategie delle Ur-Lodges massoniche conservatrici che  lavorano ad una restaurazione neoristocratica e oligarchica, il cui scopo è

“invertire il corso della storia, trasformando coloro che erano cittadini in neosudditi e schiavizzando sempre di più quelli che sudditi erano sempre rimasti. Aumentare a dismisura il proprio potere materiale mediante colossali speculazioni ai danni di popoli e nazioni. Assurgere essi stessi, nell’incomprensione generale di quanto va accadendo, alla gloria di una nuova aristocrazia iniziatico-spirituale dell’era globalizzata[2].

 

LA CRISI ATTUALE DEL CAPITALISMO FOSSILE FINANZIARIO

Il capitalismo attuale basato sui combustibili fossili e la loro altissima intensità di capitali, si è storicamente dimostrato capace di generare ricchezza solo a condizione di poter calpestare il lavoro e il fattore umano e violare sistematicamente diritti sociali, ambientali e umani, (fino ad arrivare come abbiamo visto, all’assassinio politico giustificato in vari modi fantasiosi).

L’attuale modello economico concentra ricchezza nelle mani di pochissimi gruppi e manager e impoverisce masse sempre crescenti di diseredati al di qua come al di là del Mediterraneo.  Alcuni dati ricordati dall’economista napoletano Emiliano Brancaccio sono particolarmente significativi di cosa possa succedere quando la logica del profitto corporate e personale prenda il sopravvento come unica leva dell’agire economico[3]: il rapporto fra il salario manageriale e quello dell’operaio nella FIAT di Valletta era di 1 a 3 (ossia il salario di Valletta era di tre volte superiore a quello medio dell’operaio della “sua” Fiat). Il rapporto fra il salario manageriale di Marchionne e il salario medio dell’operaio della Fiat attuale è di 1 a 66.000 (sessantaseimila!!!). Si è progressivamente delineato uno nuovo quadro di relazioni industriali basato sulla più sfacciata utilizzazione della competizione al ribasso dei diritti e al rialzo dei profitti in un nuovo inedito ma oggi prevalente ferocissimo darwinismo sociale.

Portando alle estreme conseguenze questa evoluzione si arriva all’attuale modello economico produttivo “jobless” che se da un lato risponde alla esigenza (fondamentale per le élites dominanti)  di eliminare la manodopera dal processo produttivo tagliandone il relativo costo economico e sociale grazie all’automazione, dall’altro però mina alla base i fondamenti del mercato capitalistico perché elimina le masse di consumatori dotate del potere d’acquisto necessario a  procurarsi i beni e servizi prodotti, e quindi distrugge la base stessa del mercato dell’economia liberale.

Fino a prova contraria, come dice Rifkin, le macchine non fanno la spesa al supermercato…

Il Capitalismo dunque, al pari di un mostro mitologico, mangia se stesso per eccesso di voracità e entra definitivamente in crisi lasciando un mondo in preda a una crisi climatica, sociale, ambientale ed economica senza precedenti nella storia. Abbiamo dunque una percentuale irrisoria della popolazione mondiale che sta distruggendo le probabilità di sopravvivenza per il resto dell’Umanità. Ecco il contesto generale all’interno del quale va letta l’attuale crisi italiana ed  Europea.

 

IL CONTROLLO TOTALE DEI MEDIA

Tutto questo però non potrebbe essere possibile se la massa di miliardi di persone danneggiate da questo modello, avesse la percezione esatta del problema.

Per scongiurare questo pericolo le élites finanziarie e fossili mondiali praticano un vero e proprio controllo militare delle fonti di informazione, fino a avvelenarle con vere e proprie “fake news” (storica quella della provetta esibita da Colin Powell alle Nazioni Unite nel 2003 nel suo discorso per giustificare l’invasione in Irak con il pretesto che Saddam fosse in possesso di armi di distruzioni di massa poi rivelatasi un clamoroso falso).

I grandi media sono tutti condizionati da proprietà appartenenti alle grandi élites, anche i media indipendenti o di proprietà pubblica che hanno bisogno di finanziamenti e pubblicità per sopravvivere. Il problema dell’indipendenza dei mezzi di informazione non può dunque essere eluso specialmente in un Paese che, come il nostro, ha affidato le proprie sorti per 20 anni (e ancora le affida) a personaggi in totale conflitto di interessi come De Benedetti, e (SOPRATTUTTO) Silvio Berlusconi, monopolista dell’informazione privata tuttora determinante nell’elezione dei vertici Rai, e presente con una forte minoranza di blocco nei processi decisionali della politica nazionale.

Allo scopo di evitare il formarsi di una coscienza sociale e politica contro questo modello economico criminale, i media vengono direzionati su false flags e questioni che rappresentano una vera e propria distrazione di massa, facenti leva sulle ancestrali paure popolari quali la paura del diverso, la paura della miseria, la paura della povertà, la paura delle invasioni straniere. Tutte problematiche che riscontriamo in modo ossessivo nelle cronache dei media attuali, guarda caso proprietà dei … soliti noti.

 

IL RUOLO DELL’EUROPA

E qui veniamo al nodo centrale di questo articolo: il ruolo dell’Europa nel 2019.

Recita un fortunato slogan di Yanis Varoufakis, “Bisogna stare in Europa per essere CONTRO questa Europa”.

In effetti, la Comunità Economica Europea (CEE) poi evolutasi in Unione Europea, e dopo la caduta del muro di Berlino allargatasi ai paesi dell’ex blocco sovietico, nasce come grande spazio di libertà, prosperità e condivisione di diritti, dopo la tragedia delle due guerre mondiali del secolo scorso sulle ali di un sogno delineato da Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene, e ripreso in modo parziale e frammentario nei trattati di Roma del 1957.

L’UE oggi soffre oggi di una spaventosa crisi di identità che non può essere sottaciuta nell’anno delle elezioni europee.

Nel quasi ventennio fra i 1985 e il 2003,  l’Europa ha rappresentato una speranza per milioni di giovani che l’hanno conosciuta grazie al programma Erasmus, e alle politiche progressive di un grande Presidente come Jacques Delors che affermava “L’Europe sera sociale ou ne sera pas” (=L’Europa sarà sociale o non sarà). Con questo, Delors intendeva sottolineare il concetto di sovranità europea, nel senso “spinelliano” di sovranità dei suoi cittadini, che nelle politiche di Delors rimanevano gli arbitri ultimi e i principali destinatari delle politiche europee comuni.

In quegli anni l’Europa ha sviluppato una sensibilità all’avanguardia mondiale per l’ambiente (direttive rifiuti e energia) standard di protezione sociale (salario minimo, espansione dei diritti) e valori umani.

Anche l’Unione Monetaria nello spirito di Delors era il completamento di una Unione dei diritti e delle politiche e economiche e sociali convergenti. Purtroppo quel processo che aveva toccato l’apice con la Convenzione Europea (insediata con la Dichiarazione di Laeken del 2001 e presieduta da Valery Giscard D’Estaing nel 2002), ha sofferto una imprevista battuta d’arresto dovuta al referendum francese (e poi quello olandese) che hanno bocciato la Costituzione Europea così come era scaturita dalla Convenzione.

L’Unione Monetaria è rimasta conseguentemente l’unica politica europea effettivamente implementata per molti anni, per poi degenerare in quelle inefficaci politiche di austerità con i loro parametri astratti a garanzia di una stabilità puramente finanziaria ed aritmetica, che Yannis Varoufakis definisce a ragione criminali e incompetenti.

Infatti le politiche della cosiddetta austerità hanno violato e contraddetto i principi fondamentali sui quali era nata l’Europa negli anni 50 e sui cui si era sviluppata nei decenni successivi (specialmente, ripetiamolo) sotto Jacques Delors.

Ma tali politiche di austerità della cosiddetta troika, hanno contraddetto anche se stesse (è sempre Varoufakis a ricordarlo). Infatti, i parametri di stabilità decisi a tavolino da oscuri funzionari secondo cui il rapporto fra debito e PIL non deve superare il 60% e quello fra deficit annuale e PIL il 3%, potevano essere perseguiti sia agendo sulla diminuzione del numeratore (il debito), che sull’aumento del Denominatore (PIL). Ma siccome la troika decise di imporre una applicazione totemica della riduzione del debito,  privilegiando ideologicamente  i tagli  agli investimenti, questo determinò un crollo del PIL più che proporzionale rispetto alla riduzione del debito [4].

Risultato: In Italia il rapporto debito PIL che era al 90% nel 2007, oggi è al 132%.  In Grecia prima della cura della Troika il rapporto era al 110%. Dopo la cura è al 184%.

Ma perché tutta questa insistenza sui tagli anziché sugli investimenti e la crescita? E’ ovvio: per costringere i paesi indebitati a “dismettere”. Il vero obiettivo della finanza internazionale non è la stabilità della Grecia (o dell’Italia) ma l’acquisto a prezzi di saldo del loro patrimonio pubblico e privato, autostrade, ferrovie, aeroporti, Poste, banche, isole, alberghi, infrastrutture, aziende e quant’altro.

 

IL PARADOSSO DI QUEST’EUROPA SCHIZOIDE

Possiamo dunque affermare che l’Europa ha giocato la partita dalla parte dei “cravattari” per spogliare i paesi debitori e quindi il giudizio su questa Europa non può che essere negativo.

Questa Europa ha determinato l’esplodere di “sovranismi” localistici anti europei, che nella loro contrapposizione alla “Europa dei burocrati” sostengono il ritorno a perdute e illusorie “sovranità nazionali” che, come ricordano Spinelli, Rossi e Colorno nel Manifesto di Ventotene, sono stati la principale causa scatenante dei nazionalismi e degli egoismi che hanno provocato la catastrofe bellica e la morte di milioni di esseri umani. Ma attenzione, in questa contrapposizione fra Europeismo acritico anti sovranista e Anti europeismo nazional-sovranista nessuno mette in discussione il modello economico che alimenta il disagio sociale. Ascoltate bene i discorsi di una Le Pen, di un Salvini, di un Orban. Mai sentirete pronunciare una denuncia del modello capitalista iperfinanziarizzato che condiziona le scelte nazionali e le strategie geopolitiche sul piano energetico e alimentare. Sentirete forse parlare di “sovranità monetaria” per abbattere il totem-euro, ma mai di sovranità alimentare o energetica per le comunità locali, che pure ai sovranisti dovrebbero stare molto a cuore. Nessun sovranista vuole davvero disturbare il “manovratore” e dunque incidere sulle cause reali della crisi europea, che  sono profondamente intrecciate con quella crisi del capitalismo di cui parlavo all’inizio. I sovranisti denunciano gli effetti delle politiche disastrose dell’UE, ma si guardano bene dall’indicarne le cause.

Paradossalmente, chi indica tali cause e propone soluzioni efficaci per far fronte alla crisi ambientale, climatica, territoriale e sociale è quella stessa UE che si è resa protagonista del crimine dell’austerità. Assistiamo così ad una specie di schizofrenia europea nella quale da un lato si idolatra la stabilità finanziaria riducendo sul lastrico milioni di persone e impoverendo la classe media europea, costringendo alla svendita a terzi privati dei beni comuni gli stati “indebitati”, e dall’altra c’è l’Europa della Economia Circolare, della Sharing Economy, della sostenibilità ambientale e della decarbonizzazione del modello energetico.

 

IL GREEN NEW DEAL

E qui bisogna capire una volta per tutte che le divisioni non sono nazionali ma sociali e ideologiche. Cioè non si tratta di dividersi fra greci spendaccioni  e tedeschi moralisti. Non ci sono italiani contro olandesi, o spagnoli contro austriaci. In ogni Paese ci sono movimenti e partiti che sostengono questa Europa indifendibile, e anche movimenti e partiti che hanno scelto un modo nuovo (che poi è quello originario di Spinelli) di vedere l’Europa come un grande spazio di libertà per i popoli e per i cittadini. E ancorchè minoritari, questi movimenti sono presenti in tutti i paesi europei.

Ad esempio in Germania non c’è solo la visione punitiva e speculativa di Hans Wiedeman e Wolfgang Schauble, ma ci sono anche i Verdi di Katharina Schulze,  Die Linke, di Grygory Gisy e Sarah Wagenknecht che denunciano l’Europa della finanza, e tanti altri movimenti che sono non contro l’Europa ma contro questa Europa.

Questo cambiamento necessario delle strategie europee che il Movimento Federalista Europeo ha proposto in modo lungimirante con una ICE (Iniziativa dei Cittadini Europei) efficacemente intitolata “Green New Deal”, è già incominciato nelle strategie europee che sono molto più avanzate di quelle di tutti gli altri Paesi su scala globale. Le otto direttive del Clean Energy Package, appena approvato a dicembre scorso (e che adesso devono essere oggetto di un processo di trasposizione nelle legislazioni nazionali) ad esempio prevedono la decarbonizazione entro il 2050 di tutti i processi produttivi in Europa, l’introduzione di nuovi modelli distribuiti di produzione energetica, il riconoscimento della figura del “prosumer” su scala europea e delle comunità dell’energia composte da cittadini, e favoriscono processi redistributivi della ricchezza, dell’energia e del potere politico, un processo che perciò, Rifkin sintetiza efficacemente nello slogan “POWER TO THE PEOPLE”. Nelle strategie europee c’è perfino una inedita lotta alla povertà energetica.

 

Il Green New Deal è già incominciato. Ma esso deve essere messo a regime e portato alla velocità superiore perché i ritorni di fiamma delle potentissime lobby petrolifere sono sempre possibili e anche probabili sia su scala europea che (soprattutto) su scala nazionale.  Bisogna cioè mettere a regime un nuovo modello di finanziamento delle infrastrutture a livello europeo, che penalizzi quelle fossili e favorisca in tutti i modi gli investimenti in quelle della Terza Rivoluzione Industriale (il che, sia detto tra parentesi, è esattamente  quello che ha fatto la Merkel in Germania e quello che non ha fatto Renzi in Italia con decreti come il Jobs Act e lo “Sblocca Italia”).

 

La spesa annuale su scala dell’Europa a 28 per le infrastrutture energetiche ammonta alla astronomica cifra di 750 miliardi di euro. Per questo i sostenitori del Green New Deal propongono che almeno 500 miliardi vengano ri-orientati ogni anno verso investimenti infrastrutturali sostenibili e non più verso quelli fossili. Il Green New Deal ha già fatto breccia nelle politiche del Partito Democratico americano deve è diventato la strategia centrale in vista delle prossime presidenziali[5].

 

Anche in Europa, cominciano a diventare sempre più evidenti le connessioni fra questo programma di investimenti verdi, e quella democratizzazione dell’Unione Europea che è l’unico modo che l’Europa ha per salvarsi da se stessa e risolvere la propria schizofrenia, determinata dalla coesistenza nei processi decisionali, di un’anima rispondente ai principi fondamentali dell’Unione, con un’altra anima che invece risponde alle esigenze e agli interessi delle lobby finanziarie, fossili e industriali.

Con il Green New Deal l’anima fossile viene denunciata, fatta uscire allo scoperto e neutralizzata. Ma perché questo ambizioso piano di riorientamento in senso sostenibile degli investimenti infrastrutturali trovi il suo adeguato spazio, è necessario cambiare la logica finanziaria e la stessa idea di stabilità economica dell’Europa. In altre parole la stabilità  non va più valutata in rapporto al rientro di un Paese europeo entro determinati parametri astratti ed aritmetici decisi arbitrariamente e scollegati dalla vita dei cittadini, ma deve essere considerata con riferimento alla effettiva soddisfazione dei bisogni dei cittadini in termini di scolarizzazione, assistenza, qualità della vita, politiche sociali, qualità dell’ambiente, rapporti umani, sanità gratuita e accessibile etc. p

 

Per questo bisogna dunque capovolgere la logica del cosiddetto fiscal compact e convergere verso un insieme nuovo di criteri che potremmo definire il “Social Compact”.

 

FISCAL COMPACT E  SOCIAL COMPACT

Allo scopo di rientrare nei parametri del patto di stabilità per la zona euro, è stato firmato un nuovo trattato nel 2012, entrato in vigore lo scorso anno, che prevede il “rientro programmato per i paesi che sono fuori dai parametri. Questo trattato è il cosiddetto Fiscal Compact, che (senza andare per le lunghe) prevede una serie di passi vincolanti (fra cui l’inserimento del pareggio di bilancio fra i principi costituzionali cosa che l’Italia ha fatto alla quasi unanimità sotto Monti nel 2012, modificando l’art. 81 della Costituzione).

Adesso, però, dopo un decennio e più di follia ultraliberista, austerità autolesionista e imposizione totemica della logica suicida del debito, è venuto il momento di rivedere tali impegni alla luce di nuovi indicatori ispirati agli obiettivi del Manifesto di Ventotene menzionati prima (prosperità e benessere dei cittadini, qualità della vita e dell’ambiente, senso di Comunità grado di alfabetizzazione etc.) ma SOPRATTUTTO alla luce degli obiettivi socio economici ricavati dall’agenda 2030 dell’ONU con i suoi 17 sustainable development goals, incredibilmente sovrapponibili ai principi di Spinelli e compagni. Quali sono questi 17 obiettivi ONU per il 2030?

1) Eliminare la POVERTA’

2) Azzerare la FAME

3) Benessere e SALUTE generalizzati

4) ISTRUZIONE di alta qualità

5) Effettiva parità fra UOMINI E DONNE

6) ACQUA potabile e infrastutture sanitrie ovunque

7) ENERGIA pulita e accessibile

8) LAVORO dignitoso per tutti nella crescita generalizzata

9) INNOVAZIONE industriale e infrastrutturale

10) Riduzione DISUGUAGLIANZA

11) Città e comunità SOSTENIBILI

12) PRODUZIONE E CONSUMO Responsabili

13) Lotta al CAMBIAMENTO CLIMATICO

14) Protezione della vita animale nei MARI

15) Protezione della vita animale sulla TERRA

16) PACE GIUSTIZIA E Istituzioni solide

17) PARTNERSHIP GLOBALE per gli obiettivi

 

Tutte le azioni (e le relative spese) intese a perseguire questi obiettivi sono da considerarsi un unicum, una sorta di Social Compact, che deve avere la precedenza sui parametri puramente astratti e aritmetici del Fiscal Compact, elaborando un sistema di esenzioni e deroghe di tali spese  dal computo relativo al rapporto fra deficit e PIL, che potranno essere applicate in via unilaterale o sulla base di appositi accordi di deroga tipo quello che è stato stipulato fra l’Europa e l’Italia per sottrarre al computo del rapporto deficit PIL le spese sostenute nel quadro degli interventi umanitari per il salvataggio e la cura dei migranti.

 

CONCLUSIONI

In questo modo l’Europa riuscirà a risolvere la propria schizofrenia, riscoprendo la propria funzione “sovranizzante” e battendo tutti gli ipocriti sovranismi velleitari e gli egoismi nazionali.  Infatti questi obiettivi mirano a restituire all’essere umano la sua sovranità.

In particolare la sovranità energetica, quella alimentare e quella economica.

Una boccata di aria pura dopo quasi 30 anni di follia ultraliberista, fossile, speculativa,  che  si è impadronita dell’economia reale, condizionando la politica a tutti i livelli.

Dal livello comunitario dove il sogno Spinelliano e Delorsiano di una Europa esportatrice di diritti, benessere e prosperità ha lasciato posto all’incubo del debito e della troika, fino al più piccolo comune immobilizzato da assurdi criteri finanziari che ignorano i diritti dei cittadini, i valori fondanti della Comunità Europea e, conseguentemente, gli obiettivi di sviluppo sostenibile dettati dall’ONU con l’Agenda 2030.

Ma oggi grazie alle nuove politiche europee sulla sostenibilità, l’economia circolare, la sharing economy, gli standard sociali e retributivi minimi, e all’agenda 2030 dell’ONU diventa possibile per gli uomini di buona volontà ristabilire il giusto rapporto fra economia natura e esseri umani, mettendo fine alla una deriva devastante per la coesione sociale, lo spirito di uguaglianza e il benessere umano sociale e ambientale su scala mondiale. In altre parole, diventa possibile riportare la sovranità delle lobby e la finanza, ai cittadini. Un processo che trova la sua scala ottimale a livello europeo.

Che ruolo può e deve giocare l’Italia in questo processo, a partire da questo 2019 in cui è di scena l’Europa con la discussione collettiva per Elezioni Europee?

[1]Jeremy Rifkin, IL SOGNO EUROPEO – Mondadori, 2002

[2]  G. Magaldi,Massoni: società a responsabilità illimitata, editore Chiarelettere, pp. 31-32

[3]Emiliano Brancaccio “Contro l‘apertura indiscriminata dei mercati” LIBERAZIONE 23 settembre 2010

[4])  Per quanto riguarda l’unione monetaria, bisogna ricordare che il Trattato di Maastricht introduce non solo i criteri del rapporto deficit/ debito PIL, ma ben cinque criteri di convergenza, cioè i parametri rispetto ai quali i paesi devono essere in regola per essere ammessi alla terza fase e quindi per poter introdurre l’euro.
Lo scopo dei criteri di convergenza è quello di garantire che lo sviluppo economico all’interno dei Paesi che hanno adottato l’euro risulti equilibrato, senza provocare tensioni.
I cinque criteri di convergenza appaiono in un protocollo siglato a piè di pagina del Trattato di Maastricht.

Il primo stabilisce che il debito pubblico non deve superare il 60 per cento del prodotto interno lordo.

Il secondo: il disavanzo nei conti dello Stato non può superare il 3 per cento del prodotto interno lordo.
Il terzo: l’inflazione deve essere contenuta entro il limite dell’1,5% della media dei migliori tre Stati membri.

Il quarto: la moneta nazionale deve stare dentro le fluttuazioni previste dall’accordo di cambio con le altre monete europee.
Il quinto: occorre rispettare  i margini normali di fluttuazione previsti dal meccanismo di cambio del Sistema monetario europeo per almeno due anni, senza svalutazione nei confronti della moneta di qualsiasi Stato membro.

[5]Si veda questo articolo http://www.rinnovabili.it/ambiente/green-new-deal-usa/?fbclid=IwAR3eJRfNHdrQiD4ZdlPo68ly3VXOYLCoIR6RUyAWIRnO2c5mpHDu7nNx0qs

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