Per una rete europea dei municipi ribelli

Come dimostrano anche le ultime notizie (tra le quali la sentenza che condanna la Regione Sicilia a rimborsare oltre 380 miioni di euro per aver distratto fondi sociali europei) molto spesso siamo noi stessi a fornire i migliori argomenti ai fanatici dell’austerità punitiva.
Casi come quello della mala gestione dei fondi UE da parte della Giunta Cuffaro sono devastanti per la credibilità di un Paese: ma anche senza raggiungere quei livelli, non è un mistero che l’Italia non riesca a sfruttare pienamente e in modo coerente il potenziale della Politica di coesione e ad eccellere nella gestione dei Fondi strutturali.
Molti dei progetti bocciati dalla Commissione europea riguardano corsi che non formano o infrastrutture inutili, e inquinanti, che le Regioni cercano di promuovere innanzitutto per incapacità di fare programmazione e molto spesso nella speranza di mantenere quel circolo vizioso tra enti fornitori, appalti e sub appalti, che crea posti di lavoro temporanei e quindi spesso si trasforma in ghiotta fonte di clientele elettorali.
Ma più che l’ennesimo corso per euro-progettatori che non fanno euro-progettazione; più che l’ennesima colata di cemento per strade, che saranno inaugurate senza essere completate – alle  famiglie mancano asili nido, strutture pubbliche di sostegno e basilari forme di assistenza, e alle piccole e medie imprese un aiuto per crescere, innovare, sostenere la competizione e affrontare processi di internazionalizzazione. 
Gli errori e le inefficienze nella gestione dei Fondi strutturali non possono diventare il pretesto per giustificare tagli alla Politica di coesione, pilastro e promessa mancata dell’UE, o per stravolgerne il principio.
Soprattutto in un momento in cui il continente è attraversato da forti spinte disgregative e le destre dell’Europa del nord, beffardamente, vogliono fare della Politica di Coesione lo scalpo da sacrificare sull’altare dell’austerità punitiva, per rispondere ad opinioni pubbliche nazionali sempre più incattivite, spaventate e disgregate a causa degli effetti della globalizzazione e della crisi.
Abbiamo il dovere di difendere questa politica e rimetterla al centro della riflessione europea, partendo proprio dai territori e dalle eccellenze che essa ha nonostante tutto prodotto.
Dobbiamo impedire, ad esempio, che passi il principio di un’assegnazione dei Fondi strutturali alle Regioni vincolata alle logiche nazionali ed europee del Patto di Stabilità e Crescita o alle riforme strutturali che uno Stato in difficoltà si impegna a portare avanti nel contesto del Semestre europeo con la Commissione e l’Eurogruppo. 
Dobbiamo cioè evitare che i territori paghino il prezzo della debolezza politica dei loro Governi centrali in sede europea e che subiscano così le conseguenze di scelte politiche ed economiche imposte sulla base di parametri spesso in evidente contraddizione con il principio della coesione sociale. 
È una battaglia decisiva per difendere l’Unione europea come spazio di democrazia e di solidarietà e per vincerla non servirà a niente minacciare gli altri Paesi con strampalate ipotesi di uscita unilaterale dall’Euro.
Bisognerà invece impegnarsi affinché i territori, i singoli Comuni o un insieme di Comuni, attraverso percorsi autenticamente partecipativi e democratici, siano in condizione di esprimere i propri bisogni reali e di trasformarli in idee progettuali lungimiranti e sostenibili da offrire alle rispettive Regioni per spezzare la filiera di inefficienza, corruzione e insoddisfazione e cicli di programmazioni calati dall’alto, improvvisati e incapaci di raggiungere gli obiettivi dichiarati. 
DiEM25 propone alle amministrazioni comunali di coalizzarsi in una rete europea delle città ribelli, in cui siano condivise pratiche di buon governo, strategie di progettazione sociale ed esperienze di lotta. Una rete in cui si possano cogliere le opportunità offerte dall’interscambio per esempio per la costituzione di consorzi e partnership internazionali, peraltro fondamentali nell’attribuzione dei fondi diretti, svincolati dalle burocrazie nazionali e regionali. 
Dobbiamo costituire un vero e proprio argine alla diffusione delle disuguaglianze, che ha già contagiato ogni Paese e ogni regione d’Europa, producendo disgregazione attraverso fratture nette fra povertà e ricchezza, privilegio ed esclusione. 
Per questo proponiamo l’adozione di un New Deal europeo: un insieme di politiche economiche, ecologiche e sociali – finanziate senza imporre nuove tasse né emettere ulteriore debito – con cui intendiamo contrastare povertà e disuguaglianze, promuovere il settore pubblico e la centralità dei beni comuni, e dare vita a un massiccio piano d’investimenti verdi in stretta cooperazione con le amministrazioni municipali ribelli.
 
Emanuele Dolce
Membro del Collettivo Nazionale Italia di DiEM25

 

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