Come i progressisti possono ancora vincere nel XXI secolo

Di Yanis Varoufakis | 20/10/2020

 

La nostra era sarà ricordata per la marcia trionfale dell’autoritarismo, sulla cui scia la stragrande maggioranza dell’umanità ha vissuto inutili sofferenze e l’ecosistema del pianeta ha subito una distruzione climatica che poteva essere evitata.

 

Per un breve periodo – che lo storico britannico Eric Hobsbawm ha descritto come “il secolo breve” – le forze dell’establishment sono state unite nell’affrontare le sfide alla loro autorità. Si è trattato di un raro periodo in cui la classe dirigente ha dovuto affrontare una varietà di progressisti, tutti alla ricerca di cambiare il mondo: socialdemocratici, comunisti, esperimenti di autogestione, movimenti di liberazione nazionale in Africa ed in Asia, i primi radicali, ecologisti ecc.

Sono cresciuto a metà degli anni sessanta in Grecia, governata da una dittatura di destra promossa dagli Stati Uniti sotto Lyndon Johnson (la cui amministrazione era una delle più progressiste a livello nazionale, ma che tuttavia non esitò a sostenere i fascisti in Grecia né a bombardare a tappeto del Vietnam). La paura e il disgusto per il populismo di destra che oggi si possono trovare stampati su ogni pagina del New York Times erano allora semplicemente assenti.

 

Le cose sono cambiate dopo il 2008, anno dell’implosione del sistema finanziario occidentale.

 

Dopo 25 anni di finanziarizzazione, sotto il mantello ideologico del neoliberismo, il capitalismo globale ha avuto uno spasmo simile a quello del 1929 che lo ha quasi messo in ginocchio. La reazione immediata a questa crisi, volta a sostenere le istituzioni ed i mercati finanziari, fu quella di accendere le stampatrici delle banche centrali e di trasferire le perdite bancarie alle classi lavoratrici e medie attraverso i cosiddetti “salvataggi”.

 

Questa combinazione di socialismo per i pochi e rigida austerità per le masse ha avuto due effetti. In primo luogo, ha depresso gli investimenti reali a livello globale, poiché le imprese potevano vedere che le masse avevano poco da spendere per nuovi beni e servizi, generando malcontento tra i tanti, mentre i pochissimi hanno ricevuto enormi dosi di “liquidità”.

In secondo luogo, ha dato inizialmente origine a rivolte progressiste – dagli Indignados in Spagna e dagli Aganaktismeni in Grecia a Occupy Wall Street e a varie forze di sinistra in America Latina. Questi movimenti, tuttavia, hanno avuto una durata relativamente breve e sono stati affrontati in modo efficiente sia direttamente dall’establishment (lo schiacciamento della primavera greca nel 2015, per esempio) sia indirettamente (i governi di sinistra dell’America Latina sono andati spegnendosi con il crollo della domanda cinese per le loro esportazioni).

 

Man mano che le cause progressiste venivano soffocate una ad una, il malcontento delle masse ha dovuto trovare un’espressione politica. Imitando l’ascesa di Mussolini in Italia, che prometteva di prendersi cura dei più deboli e di farli sentire nuovamente orgogliosi di essere italiani, abbiamo assistito all’ascesa di quella che possiamo chiamare l’internazionale nazionalista, espressa in modo più chiaro nelle argomentazioni di destra che hanno alimentato l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea ed i successi elettorali dei nazionalisti di destra: Donald Trump negli Stati Uniti; Jair Bolsonaro in Brasile; Narendra Modi in India; Marine Le Pen in Francia; Matteo Salvini in Italia e Viktor Orbán in Ungheria.

 

Questo scontro tra l’establishment liberale e l’internazionale nazionalista era decisamente illusorio.

 

E così, per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, il grande scontro politico si è spostato da quello tra l’establishment ed i vari progressisti a quello tra le diverse parti dell’establishment: una parte che si presenta come sostenitrice della democrazia liberale, mentre l’altra come rappresentante della democrazia illiberale.

Naturalmente, questo scontro tra establishment liberale ed internazionale nazionalista era del tutto velleitario. In Francia, il centrista Macron aveva bisogno della minaccia del nazionalismo di estrema destra di Le Pen, senza il quale non sarebbe mai stato presidente. E Le Pen aveva bisogno di Macron e delle politiche di austerità dell’establishment liberale che generavano il malcontento che alimentava le sue campagne. Allo stesso modo negli Stati Uniti, dove le politiche dei Clinton e degli Obama che hanno salvato Wall Street hanno alimentato il malcontento che ha dato origine a Donald Trump, la cui ascesa, in un cerchio senza fine, ha fatto da sponda a Clinton e Biden contro Bernie Sanders. Si è trattato di un meccanismo di rafforzamento tra l’establishment e i cosiddetti populisti che è stato replicato in tutto il mondo.

 

Ciò nondimeno, il fatto che l’establishment liberale e l’internazionale nazionalista siano, in realtà, interdipendenti non significa che lo scontro culturale e personale tra loro non sia autentico. L’autenticità del loro scontro, nonostante la scarsità di reale differenza politica, ha reso quasi impossibile che i progressisti si facessero sentire sulla cacofonia emessa dallo scontro tra le due varianti dell’autoritarismo.

Proprio per questo abbiamo bisogno di un’Internazionale Progressista – un movimento internazionale di progressisti atto a contrastare la falsa opposizione tra due varianti dell’autoritarismo globalizzato (l’establishment liberale e l’internazionale nazionalista) che ci intrappola nell’agenda “gli affari sono affari”, che distrugge le prospettive di vita e spreca le opportunità per porre fine al cambiamento climatico. 

 

La domanda allora è: cosa potrebbe fare un’Internazionale Progressista? A quale scopo? E con quali mezzi?

 

Se la nostra Internazionale Progressista si limita a creare spazio per discussioni aperte nelle piazze cittadine (come fece Occupy Wall Street una decina di anni fa) o cerca semplicemente di emulare tentativi come il Forum Sociale Mondiale, alla fine si esaurirà di nuovo. Per avere successo dovremo avere un piano d’azione comune con una strategia fuori dal comune, per stimolare i progressisti di tutto il mondo ad attuare tale piano. Infine, ma non meno importante, avremo bisogno di una volontà condivisa per immaginare una realtà post-capitalista.

Consentitemi di disimballare questi tre prerequisiti uno per volta.

 

Prerequisito 1: un piano d’azione progressista comune 

 

I fascisti ed i banchieri hanno un programma comune. Che parliate con un banchiere in Cile o con uno in Svizzera, con un sostenitore di Trump negli Stati Uniti o con un elettore di Le Pen in Francia, sentirete la stessa storia. I banchieri diranno che la regolamentazione ed i controlli sul capitale sono dannosi per il progresso; che l’ingegneria finanziaria aumenta l’efficienza con cui il capitale fluisce verso l’economia; che il settore privato è sempre più efficiente nel fornire servizi rispetto al settore pubblico; che i salari minimi ed i sindacati ostacolano la crescita o che il cambiamento climatico può essere affrontato solo dal settore privato.

Da parte loro, il tema dell’Internazionale Nazionalista è il seguente: le recinzioni elettrificate delle frontiere sono essenziali per preservare la sovranità nazionale, i migranti minacciano i posti di lavoro locali e la coesione sociale; i musulmani in particolare non possono essere integrati e devono essere tenuti fuori; gli stranieri cospirano con le élite liberali locali per indebolire la nazione; le donne devono essere incoraggiate a crescere i loro figli a casa; i diritti LGBTQ+ vanno a scapito della moralità di base e per ultimo ma non meno importante: “Dateci il potere per agire in modo autoritario e renderemo grande il nostro Paese e voi ne sarete di nuovo orgogliosi”.

 

Riequilibrando i salari, il commercio e la finanza su scala mondiale, sia l’emigrazione forzata che la disoccupazione verranno ridotte.

 

Anche i progressisti hanno bisogno di temi condivisi. Per fortuna, sappiamo cosa bisogna fare: la produzione di energia deve passare massicciamente da combustibili fossili a fonti rinnovabili, eolica e solare in primo luogo; il trasporto terrestre deve essere elettrificato, mentre il trasporto aereo e navale deve passare a nuovi combustibili a zero emissioni di carbonio (come l’idrogeno); la produzione di carne deve diminuire in modo sostanziale, con maggiore enfasi sulle colture biologiche; infine vanno assunti come fondamentali i limiti rigorosi alla crescita fisica (dalle tossine al cemento).

Sappiamo anche che tutto questo costerà almeno il 10% del reddito globale, ovvero quasi 10 trilioni di dollari all’anno – una somma che può essere facilmente mobilitata se siamo pronti a creare istituzioni che coordinino le varie attività e ridistribuiscano i benefici del nord e del sud del mondo. Per fare questo, dobbiamo invocare lo spirito del New Deal originale di Franklin D. Roosevelt – una politica che ha avuto successo perché aveva convinto persone che ormai avevano rinunciato a sperare che ci fossero modi per spostare le risorse inutilizzate nel servizio pubblico.

Il nostro Green New Deal Internazionale dovrà utilizzare strumenti obbligazionari transnazionali e tasse sul carbonio neutre dal punto di vista degli introiti – in modo che il denaro raccolto dalla tassazione sul diesel possa essere restituito ai cittadini più poveri che si affidano alle auto diesel, per aiutarli in generale ed anche per consentire loro di acquistare un’auto elettrica. Per impiegare queste risorse in investimenti verdi, è necessaria una nuova Organizzazione per la Cooperazione Ambientale d’Emergenza per mettere assieme le menti della comunità scientifica internazionale in qualcosa di simile al Green Manhattan Project – un progetto che mira a porre fine all’estinzione, invece che all’omicidio di massa.

In modo ancora più ambizioso, il nostro piano comune deve includere un’unione di compensazione monetaria (International Monetary Clearing Union), del tipo suggerito da John Maynard Keynes durante la conferenza di Bretton Woods del 1944, con restrizioni ben congegnate sui movimenti di capitale. Riequilibrando i salari, il commercio e la finanza su scala mondiale, sia la migrazione forzata che la disoccupazione involontaria si ridurranno, ponendo così fine al panico morale relativo al diritto umano di muoversi liberamente sul pianeta.

 

Prerequisito 2: una campagna fuori dal comune

 

Senza questo prerequisito, il nostro piano comune, il Green New Deal Internazionale, rimarrà sul tavolo da disegno, quindi ecco un’idea per la campagna: identifichiamo le multinazionali che abusano dei lavoratori a livello locale e prendiamole di mira a livello globale, sfruttando la grande differenza tra il costo per i partecipanti, ad esempio, del boicottaggio di Amazon per un giorno e i costi di tali boicottaggi per le aziende prese di mira. I boicottaggi globali dei consumatori non sono una novità, ma ora possono essere molto più efficaci, utilizzando proprio la potenza delle mega imprese nel campo delle piattaforme digitali, come Amazon, contro loro stesse. In particolare in una seconda fase, i boicottaggi vengono abbinati ad azioni di sciopero locale che coinvolgono i sindacati più rappresentativi. Un’azione globale di questo tipo a sostegno dei lavoratori o delle comunità locali ha una portata immensa. Con una comunicazione ed una pianificazione intelligente, possono diventare un modo popolare in cui le persone di tutto il mondo condividono la sensazione di contribuire a rendere il mondo un luogo più libero e più giusto.

Ovviamente, per far sì che ciò avvenga, la nostra Internazionale Progressista ha bisogno di un’organizzazione internazionale agile. Il problema delle organizzazioni che sono capaci di un coordinamento globale è che esse, di nascosto, riproducono al loro interno burocrazie, esclusioni e giochi di potere. Come possiamo evitare che il neoliberalismo e il nazionalismo autoritario distruggano il mondo senza che noi stessi creiamo, a nostra volta, un’altra varietà di autoritarismo? Detto ciò, è più difficile per noi trovare la risposta giusta a questa domanda, noi come progressisti che rifiutano le gerarchie, le burocrazie e gli sconfinamenti del paternalismo, ma tuttavia abbiamo il dovere di trovarla.

 

Prerequisito 3: una visione condivisa del postcapitalismo

 

Consideriamo quello che è successo il 12 agosto 2020, il giorno in cui è arrivata la notizia che l’economia britannica ha subito il più grande crollo di sempre.  La Borsa di Londra ha fatto un balzo di oltre il 2%! Non si era mai verificato nulla di paragonabile. Sviluppi simili si sono verificati anche a Wall Street negli Stati Uniti.

 

In sostanza, quando il COVID-19 ha incontrato la gigantesca bolla con cui i governi e le banche centrali hanno zombificato le imprese e le istituzioni finanziarie dal 2008, i mercati finanziari si sono definitivamente disaccoppiati dall’economia capitalistica sottostante.

 

Il risultato di questi notevoli sviluppi è che il capitalismo ha già iniziato ad evolversi in un tipo di feudalesimo tecnologicamente avanzato. Il neoliberismo è ora quello che era il marxismo-leninismo durante gli anni ‘80 sovietici: un’ideologia totalmente in contrasto con il regime che lo invocava. Dopo il crollo del blocco sovietico nel 1991 e del capitalismo finanziarizzato nel 2008, siamo entrati in una nuova fase in cui il capitalismo sta morendo e il socialismo si rifiuta di nascere.

Se su questo ho ragione, anche i progressisti che ancora nutrono speranze di riformare o di civilizzare il capitalismo devono considerare la possibilità di guardare oltre il capitalismo – anzi, dobbiamo progettare una civiltà post-capitalista. Il problema è che, come ha sottolineato il mio grande amico Slavoj Žižek, la maggior parte delle persone trova più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo.

 

Per contrastare questo fallimento del nostro immaginario collettivo, invito a leggere il mio libro di recente pubblicazione, “Un Altro Adesso: Messaggi da un presente alternativo”, dove cerco di immaginare che la mia generazione non abbia perso l’occasione cruciale che la storia ci ha presentato. Cosa sarebbe successo se avessimo colto il momento del 2008 per mettere in scena una pacifica rivoluzione high-tech che avesse portato ad una democrazia di economica post-capitalista? Come sarebbe stata?

Per essere auspicabile, dovrebbe essere caratterizzata da mercati di beni e servizi, poiché l’alternativa – un sistema di razionamento di tipo sovietico che conferisce un potere arbitrario alla più brutta delle burocrazie – è troppo tetra per poterla descrivere a parole. Ma per evitare la crisi, c’è un mercato che non possiamo permetterci di conservare: il mercato del lavoro. Perché? Perché, una volta assunto che il lavoro ha un prezzo di noleggio, il meccanismo del mercato lo spinge inesorabilmente verso il basso, modificando ogni aspetto del lavoro (e, nell’era di Facebook, anche del nostro tempo libero). Quanto maggiore è il successo del sistema nel fare ciò, tanto minore è il valore di scambio di ogni unità di prodotto che genera, tanto più basso è il tasso di profitto medio e, in definitiva, tanto più vicina è la prossima crisi sistemica.

Può funzionare un’economia avanzata senza mercati del lavoro? Certo che può. Si consideri il principio un impiegato – una quota – un voto. Modificare il diritto societario in modo da trasformare ogni dipendente in un partner paritario (anche se non equamente retribuito), concedendogli un voto individuale non vendibile, è oggi radicalmente inimmaginabile come lo era il suffragio universale nel XIX secolo. Se, oltre a questa fondamentale trasformazione della proprietà delle imprese, le banche centrali fornissero ad ogni adulto un conto corrente bancario gratuito, si realizzerebbe un’economia di mercato post-capitalistica.

Con la scomparsa dei mercati azionari, anche il debito utilizzato come leva per le fusioni e le acquisizioni diventerebbe un ricordo del passato. Goldman Sachs ed i mercati finanziari che opprimono l’umanità si estingueranno immediatamente – senza nemmeno la necessità di metterli al bando. Liberati dal potere delle imprese, liberati dall’oltraggio dello stato sociale imposto ai bisognosi e liberati dalla tirannia del tiro alla fune tra profitti e salari, le persone e le comunità possono cominciare a immaginare nuovi modi di impiegare i loro talenti e la loro creatività.

 

Siamo ad un bivio. Il post-capitalismo è comunque avviato, nonostante abbia preso una strada verso la distopia. Solo un’Internazionale Progressista può aiutare l’umanità a modificare questo percorso. 

 

Pubblicato originariamente sul Correspondent

 

Foto: San Francisco 2020 dopo gli incendi del Labor Day.

 

Fonte delle foto: Patrick Perkins su Unsplash

 

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