La Cina, l'Europa e il COVID-19: la geopolitica dell'emergenza e l'emergenza geopolitica

Lo scorso 11 marzo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha dichiarato il Coronavirus pandemia. Un virus che, partendo dalla Cina, si è diffuso rapidamente in tutto il globo, mietendo decine di migliaia di vittime. 

L’Europa continua a essere il continente più colpito e l’emergenza sanitaria ha mostrato le crepe di un modello di Unione che non riesce a dare risposte continentali a delle sfide globali. 
Il COVID-19 ha palesato la difficoltà – ma anche le aspre divergenze – da parte delle cancellerie europee di elaborare un’agenda comune, ora per affrontare la crisi sanitaria ora per superare quella economico-finanziaria che investirà i Paesi europei. Le divisioni nel vecchio continente hanno creato degli spiragli dentro i quali la Cina può inserirsi. L’emergenza sanitaria in Europa, e non solo, costituisce una potenziale occasione per la Cina di Xi Jinping di aumentare ulteriormente il suo peso come attore globale.
Infatti, ochi giorni dopo le dichiarazioni dell’OMS, la potenza asiatica ha annunciato di mettere a disposizione i suoi medici, e di inviare materiale sanitario, per aiutare i paesi a uscire dall’emergenza. Per Pechino gli aiuti internazionali sono fondamentali se non vuole veder compromessi i suoi progetti in ambito estero, primo tra tutti quello della Belt and Road Initiative, i cui paesi aderenti si trovano ad affrontare la battaglia contro questo il “nemico invisibile”. Inoltre, sebbene già si stava tornando alla normalità e pareva che la Cina stesse vedendo la luce fuori dal tunnel, ora gli organi dirigenti sono costretti ad applicare delle misure restrittive a causa di nuovi casi di COVID-19, che secondo la stampa di regime sarebbero tutti casi importati. Ed è in questo quadro che il supporto internazionale cinese all’emergenza Coronavirus è fondamentale. A tal proposito, il vice direttore del China International Development Cooperation Agency (CIDCA) ha fatto sapere che “l’assistenza esterna della Cina […] è l’operazione umanitaria più intensa e di vasta portata dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949”.
La portata dell’operazione è tale che Pechino, una volta terminata la crisi, potrebbe portare a casa un grande risultato in campo diplomatico. Questo aspetto è molto chiaro a Washington, quest’ultima fortemente in competizione con il Paese asiatico, tant’è che negli ultimi giorni è stata lanciata una forte campagna, con l’appoggio dei media statunitensi e non, contro la ‘propaganda cinese’.
Il rischio per gli Stati Uniti è una perdita di influenza internazionale a favore della Cina. La dirigenza comunista è ben consapevole che lo scontro retorico con la Casa Bianca può danneggiare l’attività diplomatica che mira a un successo ben più ampio: per questo dalle colonne dell’organo di stampa del Partito, il People’s Daily, si tuona contro la “stigmatizzazione” dell’attività internazionale con “l’obiettivo di politicizzare la crisi”.
Contestualmente, la contro-narrazione pechinese tende a depoliticizzare un’azione che è il riflesso di scelte politiche e che mira a ottenere consensi interni ed esterni. Infatti l’iniziativa intrapresa risulta essere una costante della politica estera cinese ed è in totale continuità con la strategia annunciata durante il 19° Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, del 2017, che ha ulteriormente rafforzato la leadership di XI Jinping. Ma soprattutto è in linea con la percezione che la stessa dirigenza comunista ha del ruolo di primo ordine che la Cina può giocare nello scacchiere internazionale.
Un grande sforzo diplomatico porta al successo non solo quando un Paese ha la capacità di mobilitare risorse materiali, ma anche quando si ha la capacità di utilizzare il proprio capitale simbolico per trasformarlo in opportunità.
Seppur il virus, nella fase iniziale, quando si diffondeva dall’Hubei al resto della Cina, ha rischiato di compromettere l’immagine del Dragone asiatico, ora, grazie anche al ruolo dei media, la Cina è avvolta da un’aura securitaria, capace di fronteggiare le emergenze con affidabilità, che le conferisce credibilità e legittimità a livello internazionale. A prescindere dalla congiuntura odierna dovuta al COVID-19, l’assistenza tecnico-medica da parte di Pechino è un processo che può essere tracciato a partire dai primi anni del XXI secolo, ed è ormai un caposaldo fondamentale del suo soft-power
Anche se quest’ultimo è un concetto occidentale-statunitense, la potenza asiatica negli anni lo ha sviluppato con caratteristiche squisitamente autoctone che le hanno permesso di esportare il proprio modello di sviluppo in tutti i continenti del mondo e in diversi settori, da quello infrastrutturale a quello dell’Intelligenza artificiale. L’assistenza medico-sanitaria, dunque, si inserisce perfettamente nella cassetta degli attrezzi del soft-power cinese, utilizzato da diversi decenni in Africa, America Latina e Medio Oriente.
Se nell’area medio-orientale, così come in Africa e in America Latina, le iniziative intraprese servono per solidificare quei rapporti attraverso cui la Cina ha la possibilità di aprire nuovi mercati per i propri prodotti e per accedere a risorse energetiche e minerarie, l’assistenza sanitaria odierna in Europa apre nuove opportunità: la partita si gioca su due fronti, il 5G e la Belt and Road Initiative (le nuove vie della seta). 
Due questioni che lasciano perplesse ancora molte cancellerie europee, ma se guardiamo al futuro dell’Unione Europea, la capacità di attrazione della Cina non è da escludere a priori. I paesi a cui la Cina sta offrendo la sua assistenza in Europa sono 16. E vediamo che uno dei Paesi che sta attendendo da anni di entrare a far parte dell’UE, la Serbia, ha già elogiato l’operato di Pechino. Il Presidente serbo, Aleksandar Vučić, ha accolto personalmente i medici cinesi all’arrivo in aeroporto e, in conferenza, dopo aver baciato le bandiere serba e cinese, ha dichiarato che l’unico paese che può aiutarli è la Cina e che la solidarietà europea non esiste.
Si evince da ciò non solo che l’UE non è stata in grado di elaborare un’agenda comune, una risposta regionale per poter affrontare una grande sfida internazionale, ma anche che sta perdendo gradualmente il suo actorness per i vicini in attesa di entrare a far parte del progetto integrazionista. Ed è tra questi cunicoli che Pechino vuole inserirsi. Questi sono due aspetti che dovrà tenere in considerazione Bruxelles se vuole rilanciare l’UE.
Il suo ruolo di normative power, costruito per accrescere i consensi all’esterno – ma anche e soprattutto per costruire un sistema di valori intersoggettivo all’interno — ha limitato la sua iniziativa in qualità di attore internazionale, perdendo di vista i cambiamenti geopolitici, ma anche quel potere attrattivo che esercitava su diversi paesi. La diminuzione del suo actorness negli anni, così come l’assenza di una politica estera europea (e anche di un’agenda sanitaria non unitaria) rischiano di rendere effimero il suo ruolo geopolitico.
Le difficoltà che incontra il Vecchio Continente in questa fase sono ben individuate anche da due ricercatori cinesi del China Institutes of Contemporary International Relations che sulle colonne del China Daily evidenziano che la gravità della crisi in Europa sia stata causata da determinati problemi strutturali del progetto europeo ma, soprattutto, dalla mancata coesione dei Paesi membri.
L’interesse nel rimarcare la necessità di una maggiore cooperazione interna all’Europa è strumentale per consolidare l’asse che unisce la Cina e l’Europa, il quale, come già affermato in precedenza, serve al Paese asiatico per assicurarsi una posizione di vantaggio sugli Stati Uniti.
Non è un caso che l’articolo del China Daily si concluda poi con le parole dell’ambasciatore cinese in Europa, Zhang Ming, il quale sostiene che “la pandemia è uno specchio che riflette le relazioni tra Cina e Unione Europea, guidate dalla cooperazione, e che, combattendo insieme le sfide comuni, le due parti possono consolidare ulteriormente il loro rapporto”.
Di conseguenza, la scelta ultima ricade sull’Europa e dove deciderà di posizionarsi nel prossimo futuro. Alla riuscita del progetto europeo si lega anche quale sarà la posizione di Bruxelles nella futura disposizione della comunità internazionale. L’Unione Europea sarà presto destinata a scegliere da che parte stare oppure se ergersi autonomamente come alternativa alla presente dicotomia delle potenze ed elaborare un modello di sviluppo con caratteristiche europee che sia in grado di interagire in un mondo multipolare e che allo stesso tempo rilanci il progetto integrazionista che metta al centro i popoli che la compongono.
In questo quadro, il piano in tre punti promosso da DiEM25 per affrontare la crisi costituisce un punto di partenza, che potrà essere accompagnato, successivamente, dall’adozione delle proposte contenute nel Green New Deal for Europe che forniscono una strada precisa per costruire un modello di sviluppo innovativo e alternativo da quello promosso dall’establishment mondiale. Non solo ricette economiche e finanziarie saranno necessarie per cambiare rotta, ma si rende sempre più necessaria una democratizzazione delle Istituzioni europee, rendendo così più rappresentativi i luoghi decisionali che di fatto incidono sul futuro dei popoli europei.
Sir. Car. e Andrea Angeletti, Membro del Collettivo nazionale di DiEM25 Italia.
 
 

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