International Women's Day 2018

La polis ha bisogno del femminile tanto quanto il femminile ha bisogno della polis

Sono una donna più di quanto non sia una donna attiva, sono una donna più di quanto non sia un’intellettuale, sono stata una donna quando il mio corpo di donna era ancora acerbo, saro’ una donna quando il mio corpo di donna sarà invecchiato.
Donna, allevata da donne, discendente da un albero genealogico che le guerre e la povertà hanno privato dei padri, sorella, amica, compagna, mi sono pensata sempre essenzialmente donna. Ho ricevuto dalle mie antenate la consapevolezza che le donne portano in dote, il sacro rispetto della terra e dei suoi abitanti, l’arte di curare l’una e di curare gli altri, e, senza contraddizione, un’aggressiva istintività salvifica e la capacità di vivere indipendentemente delle leggi fissate dagli uomini.
Ancorata a questo nucleo di forza primitiva, felicemente cosciente del suo potere, ho fatto ingresso giovanissima nella polis.
Mi è stato sempre istintivamente chiaro di come entro le mura della polis, il logos, i codici, i valori dominanti fossero intrinsecamente maschili, ma non me ne è mai importato troppo, trovavo bella la polis, trovavo belli i miei compagni, sono stata e sono felice di abitare li’ con loro.
Ho un rimpianto, pero’, a guardarmi indietro: quello di essermi mimetizzata per anni.
Come tutte le mie sorelle, sono sempre stata istintivamente consapevole del fatto che gli uomini, i padroni della città, non avrebbero tollerato di vedere imporre nelle loro strade, nelle loro piazze, tra le loro parole, nei loro discorsi, il femminile che portavo con me.
Per femminile intendo quella consapevolezza e quella accettazione del fatto che la vita è materia, che la vita ha la sua oscura potenza, e che il logos non la domina. Ho acquisito questa coscienza come un’evidenza partorendo i miei figli, accompagnando i miei defunti, curando i miei animali e le mie piante. E mi permetto di qualificarla, senza troppa originalità, “femminile”, per contrapposizione simbolica alla cultura maschile.
La cultura maschile, specie la cultura maschile europea che ha creato la polis, si è sviluppata infatti nell’intento più o meno manifesto non di accettare, ma di sfidare la finitezza, l’ignoranza e l’impotenza della condizione umana. La polis serve a questo: permettere ad un gruppo di uomini di definire il loro dominio della natura (della terra), il loro dominio della conoscenza, il loro dominio del potere. Chiusi nella cinta delle mura delle loro città, gli uomini non vedono quello che le loro città non dominano; chiusi nella cinta delle mura delle loro città gli uomini possono ignorare i limiti della loro natura umana, limiti che tuttalpiù proiettano sulle femmine della loro specie, vilipese, offese, ridicolizzate, ridotte al silenzio, violentate, segregate, talvolta bandite.
Come ogni donna consapevole della rarità del privilegio di accedere, più o meno pienamente, alla polis, ho avuto pudore, chissà paura, di portare nella cinta delle mura la forza della mia femminilità.
Mi rendo conto ora di quanto sia stato un peccato, e di quanto sia importante porvi rimedio.
La polis, infatti, ha bisogno del femminile, almeno quanto il femminile ha bisogno della polis. E questo per due ragioni: prima di tutto, nella forza dell’istintività femminile si trova una fonte imprescindibile di libertà individuale e collettiva; secondo, la forza dell’istintività femminile, pur se maturata al di là delle mura della polis, porta in sé le premesse della solidità del governo del bene comune.
Le donne che vivono in coerenza con la loro natura più istintiva sanno riconoscere ed accettare, i limiti intrinseci del proprio e dell’altrui esistere, del proprio e dell’altrui sapere, del proprio e dell’altrui potere, del proprio e dell’altrui dire. Vivono con meno hybris di quanto non tocchi agli uomini, ma soprattutto sanno rifiutare qualunque imposizione d’autorità nella definizione dei limiti di cio’ che si fa e non si fa, si dice e non si dice, si pensa e non si pensa, è possibile ed è impossibile. E’ con tanta ammirazione e divertimento che vedo, ad esempio, perpetuarsi nelle azioni delle amiche delle Femen, l’antico rituale dell’anasyrma. In quei contesti, la nudità selvaggia del femminile irrompe nel business-as-usual delle istituzioni, imponendo senza riverenza l’inatteso e con l’inatteso una radicale affermazione della libertà d’essere ed esprimere quel che si è.
Le donne che vivono in coerenza con la loro natura più istintiva poi, conoscono il valore della cura di sé, degli altri, della terra; conoscono il valore della prossimità dei corpi che permette agli individui di proteggersi, sorreggersi, occupando, senza recinzioni né esclusioni, un territorio e di definirsi cosi’ comunità.Dobbiamo all’eco-femminismo che si fa più forte e più transnazionale in questi anni una esplicitazione del nesso tra dominio della natura e sfruttamento delle donne. E dobbiamo all’eco femminismo la creazione, di esperienze diverse di governo guidate dalla logica della cura dei beni comuni, piuttosto che da quella di amministrazione di una proprietà (privata o statale che sia).
Il femminismo di questi anni, accompagna quindi la legittima rivendicazione del diritto di piena cittadinanza delle donne nella polis con una rivendicazione più simbolica, ma non meno profonda, del diritto di cittadinanza del femminile in politica. Quando questo valore sarà portato dalle donne orgogliosamente e senza pudore, senza sensi di colpa, nella polis, quando gli uomini impareranno a non temerlo e a fargli spazio, le nostre città avranno forse mura più porose, ma fondamenta più solide, saranno meno dipendenti dall’artificiosità delle istituzioni, e più resilienti in tempi di crisi: capaci di affrontare con saggezza e pazienza i tempi duri della transizione, senza il rischio paralizzante di confonderli banalmente con la fine.
 

Paola Pietrandrea
Linguista
Membro del Coordinating Collective di DiEM25

Immagine: Wilfred Hildonen (DiEM25 Communications)

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