L’insostenibilità di 20 servizi sanitari regionali al tempo del Covid-19 

Città spettrali, messe in ginocchio dal coronavirus, esercizi chiusi, ristoratori per strada. L’emergenza COVID-19 ha acceso i riflettori  sul fallimento del federalismo fiscale in materia sanitaria.

Il cosiddetto “federalismo” ha avuto un ruolo di deflagrazione del servizio sanitario nazionale inasprendo le disparità territoriali e dando impulso alla sanità privata a scapito di quella pubblica.

La Lombardia, eccellenza sanitaria, è oggi terreno di larghi profitti dell’industria sanitaria privata con il servizio pubblico schiacciato sempre più ai margini. Di fronte alle regioni che, nonostante le direttive del Ministero della Salute, si muovono in ordine sparso è lampante quanto sia necessario tornare ad avere un sistema sanitario nazionale degno, che rappresenti la necessaria universalità del welfare, e che riesca a redistribuire sull’intero territorio nazionale i servizi sanitari e i loro presidi.

Il coronavirus ha messo in luce le nefaste conseguenze del progressivo depauperamento della sanità pubblica a favore della privatizzazione, che ha provocato l’assalto dei grandi gruppi del settore sanitario, tesi a massimizzare i profitti, provocando un danno incalcolabile sulla sistema sanitario e gravando ulteriormente sulla finanza pubblica.

La delega alle regioni delle materie sanitarie ha aumentato, è un dato di fatto, le disparità, accrescendo la forbice della disuguaglianza, e nega a milioni di cittadini il diritto alla salute.

Rendere la salute pubblica diffusa su tutto il territorio del Paese, tornando a un sistema sanitario nazionale, deve essere un obiettivo prioritario: il  nostro sistema sanitario, che può ancora vantare eccellenze e elevate competenze, deve essere assolutamente valorizzato e finanziato, espanso e diffuso.

E’ una questione, reale e vera di democrazia, è terreno di giustizia sociale. E’ urgente intervenire.

L’ autonomia regionale differenziata consiste nel progetto  di sottrarre alla funzione regolatrice dello Stato decine di materie fondamentali per l’uguaglianza dei diritti e la coesione del Paese, discriminando tra i cittadini,  a seconda di dove risiedono.

Questo  provvedimento, definito da Gianfranco Viesti una “secessione dei ricchi“, costituisce una minaccia all’unità dello Stato e l’attacco forse più subdolo agli stessi principi e valori della prima parte della Costituzione.

Sotto la denominazione di autonomia differenziata si cela, infatti, un meccanismo di trasferimento di risorse economiche e di competenze, dallo Stato alle Regioni, che, attuato senza una legge costituzionale di garanzia, determinerebbe una spaccatura nel Paese, con livelli di tutela dei diritti fondamentali dei cittadini diversi a seconda della Regione di residenza.

Un meccanismo che aumenterebbe le disuguaglianze sociali e civili, recando, soprattutto al Sud, un notevole peggioramento dei livelli di salute, di istruzione, dei trasporti, della cura del territorio e dei contratti di lavoro.

In estrema sintesi:

– le Regioni avrebbero la possibilità di sostituire progressivamente la Sanità pubblica con quella privata, attraverso fondi integrativi e polizze assicurative;

– ogni Regione adotterebbe programmi, personale scolastico e titoli di studio regionalizzati, abbattendo il sistema scolastico unico statale;

– sarebbero regionalizzate infrastrutture come autostrade, ferrovie, porti e aeroporti che oggi rispondono, anche se con carenze, ad una visione d’insieme in un’unica rete nazionale;

– la frammentazione della normativa in materia ambientale porterebbe a politiche scollegate, con drammatiche conseguenze sul territorio, sull’ambiente, sull’inquinamento e sugli assetti idrogeologici;

– non ci sarebbero più i contratti collettivi nazionali di lavoro a tutela dei diritti di lavoratrici e lavoratori, che sarebbero trascinati in una concorrenza al ribasso.

Tale destrutturazione dell’unità del Paese è stata resa possibile proprio da quelle modifiche del Titolo v° volute dal centro-sinistra, che hanno devastato l’assetto istituzionale e portato ad una forzatura interpretativa dell’art. 116, 3° co. della Costituzione (che pure tale autonomia prevede), da parte delle Regioni del nord.

Ma a dimostrare la distopicitá di tale progetto è ora arrivata l’emergenza sanitaria del coronavirus, che ha evidenziato i problemi e le carenze dovute ad un sistema sanitario già ampiamente regionalizzato e frammentato, e che ha colpito maggiormente proprio quelle Regioni del nord, che con più decisione hanno scelto le privatizzazioni ed il contrasto alle vaccinazioni obbligatorie.

L’epidemia di Covid è la “Fukushima” dell’autonomia regionale differenziata.

Come quella tragedia in Giappone giovò alla causa antinucleare, così il coronavirus ha messo in luce la necessità di un un efficiente sistema sanitario nazionale  universalistico.

Proprio chi fino a ieri ha urlato all’indipendenza dal “Centro”, oggi scopre l’importanza di una gestione centralizzata e unitaria della crisi e chiede a gran voce l’intervento coordinato dello Stato, una linea di comando unica e una serie di aiuti economici e di contenimento protettivo.

Proprio ora che le Regioni “secessioniste” addirittura si appellano alla solidarietà, si riscopre l’art. 32 della Costituzione, che pone in posizione preminente l’interesse dello Stato alla salute.  Si corre di nuovo dallo Stato, dopo che il finanziamento pubblico al sistema sanitario nazionale secondo il report 7/2019 della Fondazione GIMBE è stato negli ultimi dieci anni decurtato di  oltre € 37 miliardi, di cui circa € 25 miliardi nel 2010-2015 per tagli conseguenti a varie manovre finanziarie ed oltre € 12 miliardi nel 2015-2019, quando alla sanità sono state destinate meno risorse di quelle programmate per esigenze di finanza pubblica.

L’emergenza del coronavirus sta creando una situazione politica nuova perché investe il senso comune dei cittadini, indirizzandone la paura e l’insicurezza verso un rischio reale.

Il Covid ha chiaramente dimostrato come la prevalenza delle logiche politiche ed economiche rispetto alle necessità di salute dei cittadini abbia fatto regredire le capacità di assistenza e cura.

L’esperienza della pandemia impone un’attenta riflessione sulla revisione del Titolo V della parte II della Costituzione, con particolare riguardo all’assetto delle competenze legislative di Stato e Regioni, come pure alla individuazione di meccanismi e istituti che consentano di coordinare più efficacemente il rapporto tra i diversi livelli di governo.

DiEM25 può  offrire una linea di risposta di ordine politico generale, di rovesciamento del senso comune finora dominante: non “più mercato meno Stato”, ma più sanità pubblica e assieme ad essa più scuola pubblica, più ricerca pubblica e più regolazione pubblica coerente ed uniforme.

Altro che autonomia differenziata!

 

 

Questo articolo è stato scritto da, Alessandra B. Fata, componente dell’Ala Elettorale e del Collettivo Nazionale DiEM25 Italia.

Fonte fotografia: Wikimedia Commons.

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