La Sinistra è davvero fuori dal mondo — due mesi nella Marina mi hanno mostrato il perché

Sono nella Marina Ellenica da due mesi. Un mese nel campo di addestramento sull’isola di Poros, e adesso sull’isola di Kos al confine con la Turchia.

Durante l’addestramento ho contratto il COVID-19. Non è stata una grande sorpresa ad essere onesti. Solo in pochi alla volta potevamo accedere alla mensa. Dovevamo indossare due maschere, portare sempre con noi ed usare il disinfettante per le mani e mantenere le distanze durante le esercitazioni e gli assegnamenti. Ma alla fine della giornata ritornavamo comunque nello stesso dormitorio di 20 persone.

Il COVID-19 in sé non è stato così grave per la maggior parte di noi, solo un ragazzo è stato ricoverato nell’ospedale militare di Atene. Noi altri siamo rimasti negli accampamenti, chiusi in un blocco di cemento degli anni 60, col divieto di uscire e col cibo che ci veniva portato in Tupperware usa e getta. Niente smartphones, né radio o TV e forzati a pulire gli spazi comuni e i bagni, tutto mentre eravamo malati. Ma avevamo anche molto tempo per parlare tra noi, per ore e ore.

Le persone che ho incontrato provengono da diverse realtà della società, molte di queste persone non  le avrei mai incontrate se non fossi stato reclutato. In qualche modo, il primo mese di addestramento (prima che i contatti di alcuni assicurassero loro trasferimenti verso comode unità ad Atene o ovunque fosse più vicino a casa) è stato un grande equalizzatore. Eravamo tutti in fondo alla catena alimentare, ma tutti insieme.

I principi di base del patriarcato che permeano le forze armate, e che attribuiscono a tutti noi un valore intrinseco semplicemente per il fatto di essere uomini e fare il nostro dovere, unisce le persone. Se solo potessimo estendere questo senso di forza e appartenenza a tutti. Penso che il femminismo sia proprio questo.

Ho fatto amicizia e ho condiviso molte risate con persone che ho poi scoperto essere fasciste. Il padre di uno dei ragazzi era il capo di Alba Dorata per il sud di Atene. Un altro ragazzo mi ha offerto il caffè quando avevo finito i soldi; dopo aver speso un’intera serata parlando e ridendo. Si è poi riferito agli immigrati come “disgustosi clandestini”.

I termini usati per descrivere persone che non sono gradite (i turchi sono mongoli, i rifugiati sono criminali, gli anarchici sono sporchi assassini etc.) sono inquietanti. C’è definitivamente tanto odio – e quindi paura – tra le persone. A volte derivati da esperienze di vita: ho incontrato un ragazzo la cui casa è stata scassinata tre volte da dei rom. E sua sorella è stata aggredita sessualmente da due ragazzi della comunità rom. Lui viene da una zona violenta di Atene – io non l’ho nemmeno mai visitata. Potete immaginare quale sia la sua posizione riguardo agli “zingari”.

Questa paura vissuta da milioni, a prescindere che sia giustificata o no, è costantemente sminuita dalla sinistra mentre invece le minoranze sono santificate.

La risposta appropriata alla demonizzazione delle minoranze dovrebbe essere il nostro profondo ed onesto impegno nella questione, e non rispondere ad un estremo (demonizzazione) con un altro (santificazione). Quando ci sentono parlare dei diritti LGBTQI+, dell’ambiente, o una serie di altre questioni che non considerano urgenti, pensano: “è veramente questa la priorità della sinistra adesso?”

La posizione che “tutto è una priorità” non funziona per le persone che si sentono in lotta per la loro sopravvivenza. Loro vogliono sapere che la loro sopravvivenza è la nostra priorità, e quando pensano che non lo sia, si rivolgono ad altri rappresentanti per cui lo è.

Spesso ciò che comunichiamo suona loro come se stessimo discutendo del suffragio universale prima ancora di aver abolito la schiavitù. Non solo si sentono alienati dalle nostre priorità, ma le percepiscono anche come offensive. Non solo sembriamo fuori dal contatto con la loro realtà: un branco di intellettuali borghesi snob che sanno cosa è meglio sulla base di un libro che abbiamo letto una volta, piuttosto che sull’esperienza vissuta.

Se vogliamo seriamente riconnetterci con la classe operaia con cui la sinistra ha indiscutibilmente perso il contatto, dobbiamo iniziare a discutere questi punti particolarmente difficili.

Molte delle persone che ho incontrato sono razziste. Sono sessisti e nazionalisti. Ma prima di rendermi conto di queste cose su di loro, li consideravo persone simpatiche. Erano piacevoli, divertenti e gentili.

Questa giustapposizione – questo apparente scontro etico – mi ha fatto mettere in discussione ciò che significa per qualcuno essere cattivo. Sono ancora fortemente in disaccordo con i loro punti di vista, ma sto cominciando a pensare che quel disaccordo non può essere la base per una condanna.

Nessuno si considera il cattivo. Spesso non amano nemmeno veramente le loro posizioni, ma le considerano una brutta realtà della vita – una che hanno sperimentato, non letto. E il fatto che noi, la sinistra, neghiamo queste realtà li fa infuriare.

Parlare con loro non è stato facile. Ma la cosa peggiore che mi sarebbe potuta accadere mentre discutevo con i colleghi marinai era che un altro di sinistra fosse venuto in mio sostegno: l’atteggiamento arrogante da santarellino, il modo intellettuale di parlare con la prontezza di condannare. La conversazione sarebbe finita immediatamente, sostituita da un conflitto infruttuoso. La realtà è che ho incontrato molte più persone in marina che erano pronte ad ascoltare e a farsi cambiare idea sulle cose, di quante ne abbia mai incontrate mentre facevo volontariato nella sinistra.

Il fatto che siamo distaccati dalla realtà della classe operaia non è colmato semplicemente da politiche progressiste che mirano ad aiutare la classe operaia. Se la gente si sente denigrata e incompresa, non ti ascolterà mai, tanto meno si fiderà di te.

Per il momento ci sono partiti all’altra estremità dello spettro politico che si presentano come molto più in sintonia con coloro che sono “rimasti indietro”. Il modo in cui decidiamo di andare avanti determinerà se siamo veramente interessati a riavvicinarci alla classe operaia o se è semplicemente un mantra che continuiamo a ripetere per sentirci più vicini a Marx.

 

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