L’accordo storico di mutualizzazione del debito, beneficia cittadini o multinazionali?

“La crisi del COVID-19 presenta all’Europa una sfida di proporzioni storiche” …Esordiscono così, le conclusioni del Consiglio Europeo, iniziato venerdì 17 luglio e conclusosi all’alba del 21 luglio 2020.

 

Questa volta – con maggiore reattività rispetto alla crisi del debito sovrano del 2011-2012 – l’establishment europeo ha agito in modo pronto e adattivo per scongiurare la rivolta nelle strade, almeno per ora.

Il primo passo storico verso la mutualizzazione del debito.

Dopo estenuanti trattative, si è raggiunto un compromesso tra il rigorismo dei Paesi “frugali” (Paesi Bassi, Austria, Danimarca e Svezia, cui si è aggiunta la Finlandia) orfani della Germania, lo sciovinismo alla Orban e l’egemonia di Merkel e Macron – desiderosi di passare alla storia come i salvatori dell’Europa – incalzati dalla capacità negoziale di Conte che ha portato, nel dibattito con i partner, le ragioni e la dignità dell’Europa mediterranea, il rischio incombente di rottura della UE, il tradimento dei cittadini e l’implacabile giudizio dei mercati finanziari che si sarebbe abbattuto in caso di mancato accordo e – non ultimo – l’inaccettabile contrasto tra il disastro economico sullo sfondo e la stonata arroganza burocratica, combinata al tecnocratico disinteresse per le questioni sociali.

“questa volta l’establishment UE ha scongiurato la rivolta nelle strade, almeno per ora.”

Alla luce del risultato complessivamente raggiunto (750 mld di Recovery Fund, di cui 390 mld a fondo perduto, contro i 500 mld inizialmente proposti da Francia e Germania), l’Italia ha messo a segno il più cospicuo risultato, ben maggiore dei 172 mld previsti. Si tratta di quasi 209 i miliardi assegnati, di cui 81 mld di sussidi – con una riduzione di solo 0,8 mld (rispetto ai documenti tecnici del 27 maggio scorso) – cui si aggiungono 127 mdl di prestiti da restituire a lunghissimo temine (al più tardi entro il 2058), con un aumento di 37 mld di questa componente. Questa integrazione è stata ottenuta anche per disinnescare sia il “tifo” di ItaliaViva per il MES, sia il qualunquismo sguaiato di Salvini, che ieri gridava alla “super-fregatura”.

“una volta rotto il tabù della condivisione del debito, è più quasi scontato che non si tornerà più indietro.”

L’accordo combina il budget pluriennale europeo del periodo 2021-2027, incrementandolo con il cosiddetto Recovery Fund o Next Generation EU – NGEU (ma le generazioni future da noi sono sempre un po’ neglette). Con il linguaggio autocelebrativo di Bruxelles l’accordo viene definito “uno sforzo senza precedenti e un approccio innovativo che alimenta convergenza, resilienza e trasformazione dell’Unione Europea”. In effetti, la vera novità risiede nell’indebitamento sui mercati finanziari per la prima volta (proprio per finanziare NGEU) della Commissione Europea, che aumenterà così le proprie risorse rispetto a quelle dei girofondi versati dai Paesi come contribuzione nazionale.  Ciò nonostante la parola “eurobond” non figuri in nessuna delle 68 pagine del documento conclusivo. Inoltre, per tranquillizzare i Paesi del nord Europa si dichiara che “la nuova attività di indebitamento netto cesserà al più tardi alla fine del 2026”.

Ma questa affermazione suona poco credibile e una volta rotto il tabù della condivisione del debito, è più quasi scontato che non si tornerà più indietro.

Le priorità della nuova politica di bilancio della UE, che dovranno contenere gli investimenti dei fondi comunitari, saranno il Green Deal e al rivoluzione digitale.

Questi miliardi, saranno abbastanza, arriveranno in tempo e chi ne beneficierà?

La governance sull’utilizzo di questi fondi da parte dei singoli Stati (prevista dalla clausola A19) è stata attribuita al Consiglio che deciderà a maggioranza qualificata, su proposta della Commissione, supportata dallo staff del Commissario Gentiloni. Non ci sarà il potere di veto di singoli Paesi, ma solo la possibilità “eccezionalmente” di richiedere chiarimenti in audizioni del Presidente Charles Michel in un Consiglio Europeo.

Le recenti stime sugli investimenti europei necessari per la transizione verde e la trasformazione digitale ammontano ad almeno 595 miliardi di euro all’anno (1.190 miliardi di euro nei prossimi due anni). Da ciò si comprende che la dotazione messa a disposizione dall’accordo non è poi così generosa, né tempestiva nei tempi di erogazione. L’altro problema è che i fondi aggiuntivi generati dal prestito dell’UE saranno erogati a fronte della presentazione di progetti e sotto questo profilo l’Italia – già in colpevole ritardo nell’utilizzo dei fondi del quadro finanziario che si chiude nel 2020 – non ha mai dimostrato grandi capacità.

“la strada è ancora lunga e in salita perché l’UE dimostri di curare il benessere dei cittadini e non per quello dei lobbisti delle multinazionali”

Possiamo concludere che – sebbene la direzione imboccata sia quella giusta – la strada è ancora lunga e in salita perché l’Europa dimostri di operare per il benessere dei suoi cittadini e non per quello delle grandi multinazionali che sguinzagliano lobbisti a fare pantouflage nelle sue sedi.

Il primo passo storico verso la mutualizzazione del debito, beneficierà i cittadini o le multinazionali?

Servirebbe a livello europeo, realizzare lo step 3 della strategia dei 3 passi che lega l’implementazione della transizione ecologica all’emissione di eurobond garantiti da parte della BEI, che accompagnerebbe l’esecuzione dei progetti decisi dai territori, nell’ambito di un piano organico qual è quello del GNDforEurope. E servirebbe che la Banca centrale europea accompagnasse tali interventi riformando la propria politica, attraverso l’ampliamento del proprio mandato agli obiettivi di occupazione, progresso sociale e protezione dell’ambiente.

A livello nazionale servirebbe una inedita capacità di elaborare progetti sistemici di giustizia ambientale e giustizia sociale.

Progetti che evitino la concentrazione di risorse nelle grandi opere inutili e dannose per l’ambiente, permeabili alle infiltrazioni della criminalità e della corruzione.

 

Servirebbero progetti diffusi sul territorio:

  • una gestione dei rifiuti green;
  • un accompagnamento alla riconversione energetica e produttiva delle aziende inquinanti, aumentando il nostro primato nell’economia circolare;
  • investimenti nella rete idrica e nei trasporti pubblici su rotaia, nelle ciclovie e nelle vie d’acqua;
  • manutenzione ed efficientamento energetico degli immobili;
  • investimenti per mettere fine all’eterna emergenza idrogeologica e sismica;
  • infine soprattutto le bonifiche mai fatte.

Servirebbe l’avvio di tanti cantieri con l’obiettivo centrale di rimuovere i divari tra aree metropolitane e aree interne da ripopolare, di superare le disuguaglianze tra centro e periferia e le ingiustizie  intergenerazionali e di genere, attuando al contempo un consolidamento dei pilastri della dignità del lavoro, della salute universalistica, della scuola, dell’università e ricerca e del sistema di protezione sociale.

 

Antonella Trocìno

NC Italia

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