L’Europa avrà il coraggio di governare il futuro?

L’Europa avrà il coraggio di governare il futuro?

In un momento in cui servono risposte tempestive al coronavirus e alle sue rovinose conseguenze depressive, il Consiglio Europeo del 26 marzo ha deciso di non decidere. Il summit dei leader Ue riuniti in teleconferenza, dopo che Italia e Spagna avevano bocciato la bozza iniziale, ha preso tempo. La presidente della Commissione e il presidente del Consiglio europeo, dovranno presentare proposte di lungo periodo, da concordare con le altre istituzioni, entro due settimane.
In questo arco di tempo i ministri delle Finanze della zona euro sono invitati “a presentare proposte”.
Nel documento finale cerchiobottista non si menziona né il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) (che Italia e Spagna hanno già dichiarato di non prendere nemmeno in considerazione), né gli eurobond.

Figurano solo generici richiami alla gravità della situazione.

Eppure il 25 marzo 2020, nella sessantatreesima ricorrenza della firma del Trattato di Roma che ha istituito la CEE, è stato siglato – da 9 Paesi su 27 – un appello al presidente del Consiglio europeo Charles Michoel che potrebbe rimanere negli annali della storia.
I firmatari sono i premier di Italia, Belgio, Lussemburgo, Spagna, Portogallo, Irlanda, Grecia, Slovenia, più il Presidente francese. A questo gruppo si stanno affiancando altri Paesi come la Slovacchia e Cipro.

L’Asse Franco-Tedesco è spezzato

Per la prima volta, l’asse Franco-Tedesco del rigore è stato spezzato, per cedere il passo a un’inedita formazione che si contrappone nettamente agli altri due Paesi fondatori della CEE – Germania e Paesi Bassi – contrari agli Eurobond.
Il contenuto dell’appello suona dirompente poiché infrange il tabù della condivisione del debito.
Con la sua firma Emmanuel Macron è tornato allo spirito del lungo e famoso discorso alla Sorbona sul futuro dell’Europa del settembre 2017, in cui aveva preconizzato un budget europeo in funzione anti-ciclica perché:

“nessuno Stato può fronteggiare una crisi economica da solo quando non controlla più la politica monetaria”.

Quel discorso era rimasto tuttavia vuota retorica fino al 25 marzo quando, non solo Macron ha preso le distanze dal suo storico alleato, la Germania, aprendo alla condivisione dei debiti futuri – se non di quelli passati – ma ha accolto una proposta avanzata dall’Italia. Ci sono voluti mesi di scioperi, che solo le misure di distanziamento sociale hanno fermato, un livello di impopolarità senza precedenti e la minaccia di una recessione disastrosa innescata da una pandemia letale quanto, e forse più, dell’influenza spagnola del 1918, per convincerlo.
L’appello dei 9 leader contiene un passaggio fondamentale, che tuttavia è stato respinto in prima battuta:

“In particolare dobbiamo lavorare su uno strumento di debito comune emesso da un’istituzione dell’UE per raccogliere risorse sul mercato sulle stesse basi e a beneficio di tutti gli Stati membri, garantendo in questo modo il finanziamento stabile e a lungo termine delle politiche utili a contrastare i danni causati da questa pandemia”.

In questa frase c’è tutta la volontà di iniziare a usare i mercati a favore di politiche comuni d’investimento, invece di subirne le lezioni a colpi di fiammate sugli spread, che innalzano l’onere per interessi dei Paesi ad alto debito.
Insomma, nell’appello c’è un primo atto di coraggio e resistenza alla “disciplina dei mercati finanziari” che, dalla crisi del debito sovrano in poi (2011-2012), ha drenato dalle finanze pubbliche risorse che avrebbero potuto essere destinate alla sanità, alla ricerca, alla formazione e a tutti quegli impieghi che migliorano la qualità della vita dei cittadini, la coesione sociale, la resilienza delle economie dei Paesi membri e anche la stessa sicurezza sanitaria.
In mancanza di un “safe asset” – ovvero di un’obbligazione sovranazionale sovrana denominata in euro e garantita dalla BCE – i mercati hanno finito per premiare principalmente i titoli tripla A emessi dallo Stato tedesco che – data la poderosa entità delle misure di sostegno dell’economia nazionale annunciate dalla Merkel – finirebbe per galvanizzare il grosso dei flussi di capitali internazionali.
L’alternativa sarebbe per tutti i Paesi ad alto debito – costretti a indebitarsi per finanziare famiglie e imprese bloccate dal lock down, per sussidiare consumi e investimenti privati in stallo e per assicurare sostentamento a chi non ha né reddito né risparmi, nonché per i lavoratori poveri e per i precari senza reti di protezione sociale –  quella di sottostare alle punitive condizionalità del MES.
DiEM25 è nata dalla reazione profonda al default morale, economico e sociale inflitto alla Grecia, nell’estate del 2015, dai Paesi creditori che le hanno imposto “riparazioni di guerra” insostenibili.

Per questo il piano presentato da DiEM25 offre una via d’uscita al cul-de-sac nel quale l’Europa si è infilata.

Le tre proposte che DiEM25 ha avanzato, per scongiurare la sua dissoluzione, sono radicali, ma adeguate per dimensione ad affrontare lo shock in atto e quelli che seguiranno:

  1. La BCE emetta un Eurobond a lunga scadenza (30 anni), per 1000 miliardi di euro, interamente garantito dalla BCE stessa, con la possibilità di un’ulteriore emissione in caso di necessità, con cui sostituire i debiti nazionali, in proporzione alle recessioni che il coronavirus avrà indotto e ai costi che la sanità pubblica avrà dovuto sostenere nei vari Paesi
  2. La BCE deve accreditare 2000 euro in contanti a ogni residente europeo a fondo perduto, per supplire al blocco delle attività produttive e ai mancati guadagni individuali a causa dalla regolamentazione per contenere il contagio. La BCE deve fornire denaro contante a una banca per ciascun Stato membro che emetta carte di debito numerate e anonime, per conto delle autorità locali e nazionali, a tutti i residenti senza conti bancari.
  3. L’UE deve creare un programma europeo di recupero e investimento verde post-pandemia, finanziato dalla BEI (emittente), con cui affrontare i molti fallimenti che seguiranno al lockdown e per riorientare il sistema produttivo. L’Europa deve accelerare il processo di riconversione necessario e perseguire un salto tecnologico per stare al passo con la Cina e gli Stati Uniti. Per questo DiEM25 ha proposto che il Consiglio europeo disponga che la Banca europea per gli investimenti (BEI) e la sua controllata il Fondo europeo per gli investimenti (FEI), emettano obbligazioni BEI-EIF pari approssimativamente al 5% del PIL dell’UE, il cui mercato secondario sia reso ampio e liquido dalla BCE. Si istituisca inoltre l’Agenzia europea per il recupero verde (EGRA) con il fine statutario di indirizzare i fondi raccolti dall’alleanza BEI-BCE verso l’Unione nell’energia verde, nella fornitura di sanità pubblica, nell’istruzione pubblica e in altri beni pubblici in tutta l’Unione.

Solo in un secondo tempo gli Stati potranno concorrere al finanziamento delle misure d’urgenza, la carbon tax, la web tax, la tassazione dei grandi patrimoni e la lotta senza quartiere ai paradisi fiscali, per operare una redistribuzione del reddito che curi anche la polarizzazione delle disuguaglianze e dei divari territoriali, oltre all’emergenza ambientale e sanitaria.

In conclusione, l’Europa si unirà o perirà, travolta da questa crisi senza precedenti.

Risposte tardive o che affrontino come una crisi di liquidità, quella che è una grave crisi di insolvenza, avrebbero la responsabilità storica di lasciare solo macerie in tutto il continente, privandolo di piani “post bellici” per una ripartenza.
Il piano d’azione in 3 punti di DiEM25 offre l’unica strada verso la futura unificazione federale, in cui prevalga la cooperazione tra Stati membri, invece della concorrenza.

“serve solo il coraggio di governare il futuro, senza che a pagare siano i più vulnerabili.”

Le tre misure proposte nell’immediato sono attuabili e coerenti con la lettera dei Trattati dell’UE, serve solo il coraggio di governare il futuro, senza che a pagare siano i più vulnerabili.
Antonella Trocino
NC Italia DiEM25

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