L’internazionalismo radicale di fronte alla crisi climatica: Perché abbiamo bisogno di un Green New Deal Globale

di Benjamin James Davies | 24/09/2020

 

Come il flagello delle locuste, gli inferni da incubo ed una pandemia mortale travolgono il pianeta, è sempre più facile cadere nella disperazione di fronte alle immense sfide che l’umanità si trova ad affrontare.

 

Anche l’Orologio del Giorno del Giudizio ha dovuto resettarsi, iniziando a contare il nostro avvicinamento all’armageddon in secondi anzichè in minuti. La duplice minaccia della guerra nucleare e della distruzione del clima ci portano a 100 secondi da un tragico destino.

 

Di fronte a queste sfide senza precedenti, l’establishment neoliberale si è trincerato dietro politiche in favore dei nativi originari (a sfavore degli immigrati) che cercano di preservare lo status quo nascondendo la testa sotto la sabbia quando si tratta di affrontare l’imminente minaccia del disastro climatico. In nome della cooperazione internazionale sono state fatte alcune proposte frammentarie per evitare la catastrofe climatica, come il Green Deal Europeo, un goffo tentativo verso un’Unione Europea de-carbonizzata, tentativo che promette di offrire troppo poco e troppo tardi.

 

Nel bel mezzo di questo nadir della cooperazione internazionale, il 18 settembre si è tenuto  il summit virtuale di inaugurazione del Progressive international (IP).

 

Mirando ad “unire, organizzare e mobilitare le forze progressiste di tutto il mondo”, l’IP propone un obiettivo molto più ampio rispetto ad altre organizzazioni internazionaliste di tutto lo spettro politico, sottolineando inoltre come per l’umanità si stia delineando una netta scelta: “Internazionalismo od Estinzione”.

 

Con gli interventi di Yanis Varoufakis, Naomi Klein e Noam Chomsky, il vertice inaugurale ha affrontato una serie di argomenti rilevanti, a partire da come rigenerare il mondo post-Covid, passando per la discussione di un modello di internazionalismo democratico radicale che non ignori le tematiche locali, fino ad arrivare all’urgente necessità di un Green New Deal Globale.

 

La necessità di una cooperazione tra progressisti di tutto il mondo non potrebbe essere più evidente; negli ultimi anni si è assistito ad un perverso nazionalismo internazionale reazionario che si è presentato come la “vera opposizione” al corrotto establishment neoliberale colpevole di aver ha anteposto la nozione “gli affari sono affari” ad un disastro economico e climatico senza precedenti. Questa lotta illusoria tra liberalismo e protofascismo ha reso impossibile che i veri progressisti si facessero sentire al di sopra del frastuono; così sono state perse molte opportunità per arrestare le crescenti disuguaglianze ed evitare alcuni danni dovuti alla distruzione del clima.

 

Per tradurre in azioni le loro parole, Yanis Varoufakis ha esortato i partecipanti ad adottare un “programma comune ed un piano di azione collettivo fuori dal comune”, predisponendo un progetto di azione collettiva che permetta la cooperazione su scala internazionale, senza ignorare le tematiche locali. Al centro di questo progetto c’è il Green New Deal Globale, una sintesi dei programmi esistenti che offrirà una visione più radicale e coerente di fronte al disastro climatico.

Questo accordo faciliterà un percorso di austerità rivolta ad un futuro più verde, adottando molte delle idee del Green New Deal per Europa, sostenuto da DiEM25. L’adozione di infrastrutture a zero emissioni di carbonio e la priorità ai posti di lavoro “verdi”, dignitosi e ben retribuiti dovranno essere i temi centrali di questo Green New Deal Globale. Ciò richiederà che i progressisti si impegnino a coordinare la distribuzione dei costi e dei benefici tra il Nord e il Sud del mondo.

 

Molti progressisti devono essere costretti a fare i conti con il riconoscimento del fatto che le lotte socialiste contro la disuguaglianza sono indissolubilmente legate alla lotta contro il disastro climatico.

 

Intervento di Nick Estes, co-fondatore di The Red Nation, organizzazione dedicata alla liberazione dei nativi, nell’incontro al vertice inaugurale dell’IP, dibattito sulla ‘Visione Progressista del Post-Capitalismo’.

 

Finchè l’1% più ricco del mondo continuerà a produrre il doppio delle emissioni di CO2 rispetto al 50% più povero, il socialismo è l’unica alternativa ad un autoritarismo reazionario e distruttore del clima, come ha ricordato ai partecipanti Vijay Prashad. Allo stesso modo, lo storico lakota Nick Estes ha parlato dell’urgente necessità di decolonizzare l’atmosfera e per l’umanità di avviare un progetto incentrato sulla terra, piuttosto che antropocentrico. Mentre gli indigeni costituiscono meno del 5% della popolazione della Terra, il loro controllo del territorio protegge circa l’80% della biosfera del pianeta. La foresta pluviale amazzonica, che funge da polmone del mondo, è in grave pericolo e gli attivisti indigeni sono la linea di difesa più vitale contro l’irreparabile disastro climatico.

Qualsiasi Green New Deal Globale deve incorporare la leadership indigena, ispirata dalla conferenza di Cochabamba del 2010 e dai tribunali per il clima che essa ha richiesto. È fondamentale che il Nord globale crei spazio atmosferico per il Sud globale attraverso la riduzione e l’assorbimento delle proprie emissioni, assumendosi i costi del trasferimento di tecnologia, aprendo i confini e pagando il debito climatico attraverso il risanamento del territorio.

 

Naomi Klein ha offerto la sua visione per gli “Anni della Riparazione” che seguiranno inevitabilmente l’attuale crisi del COVID-19.

 

Discussione durante l’incontro al vertice inaugurale dell’IP, dibattito su “Gli anni della riparazione” con Naomi Klein, Tasneem Essop, Vanessa Nakate, Aruna Roy, Carola Rackete, moderato da David Adler.

 

La giornalista canadese ha affermato che la pandemia può diventare la nostra “insegnante”, garantendoci il tempo e lo spazio per rivalutare quelle priorità sbilanciate che caratterizzavano le nostre vite pre-Covid. A livello individuale, Klein ha sostenuto che questa crisi ci ha dato il tempo per riflettere sul nostro eccesso di consumi e ci ha dimostrato che nessuno deve stare nei magazzini, nelle prigioni, negli stabilimenti di confezionamento della carne, nei campi di detenzione o nelle case di riposo che sembrano fabbriche nei quali si è diffuso il virus: “Luoghi dove le vite umane erano già state sacrificate, uomini e donne trattati come oggetti solo per la crescita del profitto”.

Il Green New Deal Globale deve essere la pietra angolare degli “anni della riparazione” a venire. Per quelli di noi che si svegliano ogni giorno di fronte ad un mondo in fiamme o distrutto, l’Internazionale Progressista ed il Green New Deal Globale ci impongono di unire le disparate forze di tutto il pianeta, condividendo la storia di uno scopo collettivo e collaborando per una trasformazione giusta ed equa. Nelle parole della stessa Klein:

 

“Guardando al nostro stato di disfacimento abbiamo ancora spazio per il dolore ma anche per la cura l’uno dell’altro”.

 

Nel proprio discorso di presentazione, Noam Chomsky ha messo in evidenza che non potrebbe essere maggiore l’imperativo assoluto per la compassione, la solidarietà e l’amore di fronte alla distruzione del clima ed al crollo della democrazia liberale. I progressisti di ogni dove devono lavorare assieme per ricostruire (o, in alcuni casi, costruire dal principio) una democrazia vivace e ben informata. Facendo eco agli appelli di alcuni dei più importanti scienziati del clima del mondo, Chomsky ci ha esortato a farci prendere dal panico. Le persone in tutto il mondo semplicemente non stanno facendo abbastanza, e noi subiamo la disgrazia di avere i peggiori leader nel peggior momento possibile.

 

Un Green New Deal Globale può dimostrare che proprio oggi abbiamo a disposizione i mezzi per modificare il nostro destino ed evitare questa crisi, ma non abbiamo molto tempo.

 

Uno degli obiettivi primari dell’IP deve essere di assicurare che “si vada nel panico adesso e si agisca di conseguenza”. Il dottor Cornel West ha anche fatto un appello urgente ai progressisti perchè combattano contro l’estinzione “con il sorriso sulle labbra”, contrastando le crisi gemelle della complicità, compiacenza e codardia della classe politica e quella intellettuale.

John McDonnell, ex Cancelliere ombra del Regno Unito, ha esortato i progressisti internazionalisti, impegnati per un Green New Deal Globale, a farsi prendere dal panico, ma in modo controllato, eloquente e deciso. L’attuale pandemia ha alzato il velo, esponendo i fallimenti e le debolezze paralizzanti del sistema neoliberale che sta distruggendo il pianeta. Decenni di austerità dopo il crollo del 2008 nel Regno Unito e altrove hanno lasciato i servizi pubblici ridotti all’osso ed incapaci di affrontare la pandemia; perciò in pochi credono ancora che le classi dirigenti siano in grado di intraprendere azioni decisive contro la distruzione del clima.

I partiti politici progressisti, come il Partito Laburista nel Regno Unito, devono mettere al centro del loro programma politico un Green New Deal, piuttosto che ripetere la retorica “prima la Gran Bretagna e gli inglesi”. Di fronte all’estinzione, l’internazionalismo ed il socialismo sono le uniche alternative e l’Internazionale Progressista offre un progetto per un Green New Deal Globale radicale e democratico che salverà il nostro pianeta.

 

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